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I giudici: "A Ostia non esiste la mafia"

La Corte d’appello ha inflitto 60 anni di carcere contro i 200 del Tribunale Assolti i fratelli Triassi. Carmine Fasciani condannato a 10 anni contro i 28

I giudici: "A Ostia non esiste la mafia"

OSTIA

Dai quasi 200 anni (complessivi) di condanne avanzate dal Procuratore generale, ai poco meno di 60 (complessivi) disposti dai giudici della corte d’Appello di Roma che hanno largamente ridimensionato la precedente condanna ai presunti clan di Ostia. Una differenza enorme, dettata dal fatto che il giudizio di secondo grado non ha riconosciuto l’associazione mafiosa ai danni degli imputati, facendo contestualmente cadere anche le ipotesi di aggravante del metodo mafioso. A tenere le fila criminali sul mare di Roma non era la mafia, quindi, ma un’associazione a delinquere «semplice» che vedeva al suo apice don Carmine Fasciani, condannato a dieci anni di reclusione (a fronte di una condanna di primo grado a 28 anni). Più che dimezzata la pena anche nei confronti della moglie del presunto boss, Silvia Bartoli, condannata a sei anni e mezzo contro i 16 del primo giudizio.

 

 

Medesima sorte anche per le figlie del boss venuto dall’Abruzzo, Sabrina e Azzurra, (rispettivamente 5,4 e 4,6 anni di reclusione contro una sentenza di primo grado che aveva previsto pene decisamente più pesanti: 25 e 11 anni di carcere) e per il nipote Alessandro, condannato a 4,5 anni contro il precedente giudice che aveva disposto 26 anni di reclusione. Caduta l’accusa principale, dunque (quella di associazione mafiosa), i giudici hanno nella sostanza riconosciuto la presenza di una banda criminale che opera nel territorio di Ostia, riducendo di conseguenza le pene. Passano da 15 a poco più di cinque gli anni inflitti a Terenzio Fasciani, fratello del presunto boss, mentre l’altro fratello, Nazareno, è stato completamente assolto dalle accuse. Ridotte poi le pene per Luciano Bitti, Riccardo Sibio e Gilberto Colabella (condannati a quattro anni).

 

 

Confermata poi l’assoluzione per l’altro «ramo» delle presunte cosche presenti sul litorale, quello dei Triassi, prima alleati e poi in guerra con gli stessi Fasciani per il controllo del territorio. I fratelli Vito e Vincenzo, considerati dalla procura come diretta espressione di Cosa Nostra nella Capitale, sono stati assolti dalle accuse nonostante il pg avesse richiesto per loro la modifica della sentenza di primo grado con condanna per entrambi a 15 anni di reclusione. Assolti infine anche Ennio Ciolli, Fabio Guarino, Danilo Anselmi, Mirko Mazzoni ed Eugenio Ferramo, finiti alla sbarra come prestanome e sodali della famiglia Fasciani. Nella loro sentenza, arrivata nell’aula Accorsio di Roma totalmente piena, dopo tre ore di camera di consiglio, i giudici d’appello hanno poi fatto decadere per buona parte degli imputati, l’accusa di avere creato un’associazione dedita all’importazione e al successivo spaccio sulle piazze romane, di un notevole quantitativo di droga che in città arrivava, via mare, dalla Spagna. Saranno le motivazioni, previste tra 90 giorni, a chiarire i motivi che hanno spinto la Corte a ridimensionare le condanne, anche alla luce della sentenza di Cassazione che appena pochi giorni fa, aveva confermato la condanna per l’associazione dedita allo spaccio nei confronti di Guido Rossi, che aveva scelto di farsi processare con la formula del rito abbreviato.

 

 

I PERSONAGGI
Nella mappa disegnata dalla distrettuale antimafia nell’indagine «nuova alba» a dettare legge a Ostia erano due distinti clan (con l’appoggio di una terza famiglia, quella degli Spada): da una parte i Fasciani di don Carmine, dall’altra i fedeli ai Triassi che facevano capo ai fratelli Vito e Vincenzo. Prima alleati, poi indifferenti, infine avversari, i due clan (ipotizzavano gli inquirenti) si erano divisi il controllo criminale del mare di Roma, creando un equilibrio favorevole ad entrambi i sodalizi, fino ai dissidi che portarono al ferimento a colpi di arma da fuoco di entrambi i fratelli siciliani. Da una parte, avevano ricostruito gli investigatori della mobile, comandava don Carmine, capo carismatico di una famiglia presente nel panorama criminale cittadino da almeno un trentennio, dall’altra a tirare le fila erano i due fratelli espressione della famiglia di Cosa Nostra dei Cuntrera. Due modi differenti di gestire affari però identici: estorsioni, droga, gestione delle case popolari e, soprattutto, la redditizia gestione dei lidi sulla spiaggia, vera miniera d’oro su cui sia i Fasciani che i Triassi, avevano messo le mani. Mani che però, hanno stabilito i giudici, non erano mafiose. A sostenere l’accusa durante il primo grado di giudizio, sono state le dichiarazioni del collaboratore di giustizia Sebastiano Cassia, espressione delle cosche di Siracusa a Roma. Durante il suo interrogatorio, Cassia aveva raccontato le dinamiche criminali che i due clan portavano avanti sul Litorale di Roma. Ipotesi però che sono state spazzate via dai giudici della Corte d’appello di Roma che hanno ridimensionato le pene nei confronti degli imputati e quindi anche le pene che erano state inflitte in primo grado.

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