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Diciassette donne uccise in un anno

Ecco i femminicidi più efferati che hanno scioccato la Capitale

Diciassette donne uccise in un anno

omicidio

Fidanzati, mariti, padri, amici: sono quasi sempre i conoscenti più stretti a macchiarsi del sangue delle tante donne vittima di violenza omicida. Un dato nazionale (circa il 70% dei casi) su cui si adeguano anche i numeri di Roma, la seconda città in Italia, dopo Milano, per numero di morte ammazzate negli ultimi anni (17 i casi registrati lo scorso anno). Quello di Sara, strangolata e poi data alle fiamme, è solo l’ultimo caso di una donna uccisa dal proprio ex che non voleva accettare la fine della relazione. E proprio la Capitale è stata, suo malgrado, teatro di alcuni dei casi di femminicidio più violenti: spari in pieno giorno tra i passanti, mani che stringono fino alla morte sulle rive del lago; e ancora martelli come clave e coltelli, in una scia di omicidi ininterrotta e terribile. Non si era rassegnato alla fine della loro storia Augusto Nuccetelli, cinquantenne romano con piccoli precedenti. L’uomo, nell’aprile scorso, ha ammazzato a colpi di pistola la ex convivente, Assunta Finizio: secondo quanto ricostruito dagli investigatori, quella sera di aprile, la donna, dopo l’ennesimo litigio furibondo con il compagno, aveva preso il coraggio a due mani e lo aveva buttato fuori da casa e dalla sua vita. Una decisione che non era nata quel giorno ma è che costata carissima ad Assunta, raggiunta in un bar-tabacchi di via di Dragone (nel quadrante est della Capitale) e freddata dall’ex convivente con quattro colpi di 7.65 che l’hanno colpita al petto e all’addome tra gli sguardi increduli degli avventori che affollavano il bar. È maturato invece tra le mura di un appartamento anonimo di via Sinopoli (zona Appio Claudio) il brutale assassinio di una donna moldava di 38 anni, morta un paio di settimane prima per mano del cognato di tre anni più anziano. In quell’occasione, la causa che ha scatenato la violenza è l’abuso di alcool: l’assassino infatti quella sera era rientrato a casa palesemente ubriaco e dopo avere litigato furiosamente con la sorella della moglie (che dormiva nell’altra stanza, pochi metri più in là della scena dell’omicidio), aveva preso un grosso martello e un coltellaccio infierendo sulla vittima. La polizia (chiamata dall’assassino che al telefono aveva gridato «corrette, ho ammazzato mia cognata») ha ritrovato il corpo senza vita della donna riverso sul pavimento del soggiorno, orrendamente mutilato dai colpi da un uomo che avrebbe dovuto esserle amico.

 

 

Neanche Gisella Nano, cinquantenne insegnante di danza jazz, sospettava che la sua vita sarebbe finita per mano di chi da anni era suo marito. I due vivevano in una villetta di via di Valfloriana, a due passi dal mare e quel giorno di inizio marzo 2016 era una giornata come tante altre. Poi la discussione, la lite, le botte. Il sessantaquattrenne Carlo Revetria, ufficiale dell’aereonautica in pensione, si avventa sulla moglie: prima tenta di strangolarla, poi la colpisce in testa con un ferro da stiro. Una violenza cieca che si consuma in pochi attimi. Sarà lo stesso ufficiale ad avvisare un vicino di chiamare i carabinieri prima di suicidarsi: i militari di Ostia, arrivati sul posto, troveranno il corpo dell’assassino impiccato a una trave del patio. Ma la violenza domestica non si ferma a coppie "stagionate": la crudeltà barbara che contraddistingue i femminicidi può svilupparsi anche tra i più giovani. Federica Mangiapelo e Marco Di Muro (lei sedicenne, lui di poco più grande) erano fidanzati. I due si frequentavano da un po’ e quella sera dell’ottobre del 2013 erano usciti dopo cena per trascorrere assieme la notte di halloween. Prima un giro in paese, poi una passeggiata sul lago di Bracciano, in mezzo una litigata figlia della gelosia del ragazzo. Poi la fine della corsa per la giovanissima: il suo corpo senza vita verrà scoperto all’alba del giorno dopo da un passante uscito di casa presto per fare jogging. Secondo i giudici di primo grado che lo hanno condannato a 18 anni di reclusione, ad ammazzare Federica è stato proprio il suo fidanzato, il ragazzo di cui si fidava. Quella sera, dopo il litigio, Di Muro, hanno ricostruito le indagini, aveva afferrato il corpo della sua compagna e lo aveva trascinato nelle acque del lago, fino all’annegamento, abbandonandolo poi sulla spiaggia. Ma in una città grande e complicata come la Capitale, una donna può morire anche per pura sfortuna: per avere visto quello che era meglio non vedere. Come nel caso di Oksana Marteseniuk, la colf ammazzata e poi decapitata l’estate scorsa dal proprio vicino solo perché sorpreso dalla donna mentre, nascosto in una mimetica militare, si esercitava con un coltello da guerra. La scena surreale si svolge in pochi attimi: la colf si avvicina al locale lavanderia di una villa dell’Eur e sorprende il vicino, Federico Leonelli, tecnico informatico che occupa uno dei monolocali messi in affitto nello stesso comprensorio, armato. L’uomo si accorge dell’intrusa e le corre dietro fino al giardino comune dove la assale con più di 40 coltellate. Dopo avere trascinato il corpo di sotto, Leonelli si accanirà sul cadavere prima di venire ucciso dai poliziotti intervenuti sul posto.

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