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All’Umberto I il soccorso non è "pronto"

Viaggio negli ospedali della città tra barelle in corridoio e pazienti in terra. Record di attese al Policlinico: 160. Al S. Camillo e S. Eugenio non va meglio

Aspettano che qualcuno appaia dietro la scrivania con la scritta «accettazione». Vedono scorrere i numeri di un display che indica diverse ore di attesa. Trascorrono ore fissando un muro, sdraiati in una barella che ostacola il passaggio dei malati nei corridoi dove le emergenze sono una routine. Sono i cittadini che si recano al pronto soccorso. Lì la situazione è sconfortante. I medici sono costretti a essere frettolosi con chi viene etichettato con un codice bianco o giallo. I pazienti sono irritati da ore di attesa e insultano gli unici referenti sanitari con cui riescono a parlare: infermieri costretti ad affrontare un considerevole numero di utenti. Così ieri un infermiere del pronto soccorso San Camillo è stato aggredito. I dati che fotografano la situazione sono stati snocciolati dal consigliere regionale Fabrizio Santori: «Abbiamo monitorato i numeri dei pronti soccorsi tramite il sito della Regione Lazio. Gli ospedali non riescono a smaltire il forte afflusso di utenti. Le stanze sono occupate e così i pazienti vengono lasciati in corridoio, sulle barelle. La situazione è allo stremo – continua Santori – Si assiste a scene di promiscuità di sesso ed età. In un paese civile non si può sostituire un catetere in un corridoio». I numeri a cui si riferisce il consigliere rivelano le attese che i cittadini sono costretti ad affrontare quando hanno un problema urgente di salute: «Il San Camillo ha numeri assurdi, gli infermieri fanno fatica e sono costretti continuamente a ricevere insulti. L’ingorgo persistente nei pronto soccorso – afferma il consigliere - impedisce di monitorare bene i pazienti e crea una situazione dove la sicurezza sul lavoro viene trascurata». Anche i mezzi risentono del problema: «Non essendoci posti letto disponibili, le ambulanze che arrivano al pronto soccorso offrono ai pazienti la loro barella. Quindi devono fermarsi». I numeri dei pazienti parlano chiaro. Mercoledì, al San Camillo, 130 persone erano in attesa e 12 ambulanze sostavano impotenti nel parcheggio. Giovedì, al Sant’Eugenio, le persone in attesa erano 125, stesso numero a Torvergata. Il record lo detiene l’Umberto I: 160 persone in attesa. I dati sono consultabili grazie al sito della regione Lazio ma basta recarsi sul posto per accorgersi della situazione. Elena, trent’anni, giovedì pomeriggio è stata accompagnata al pronto soccorso dell’ospedale Cristo Re. Ad accogliere la ragazza non c’era nessuno. Camici bianchi e verdi erano scomparsi, c’era un’emergenza, una donna stava partorendo, quindi tutto l’esiguo personale era impegnato e una ventina di persone sostavano sperando che qualcuno apparisse da una porta chiusa. In accoglienza non c’era nessuno, ma Elena non aveva nulla di grave, solo una contusione al piede. Al suo fianco, in fila davanti una postazione vuota, c’era una donna incinta: «Ho le contrazioni, con chi devo parlare?». Pochi metri dopo: «Ho un problema allo stomaco, mi hanno già detto che dovevo essere ricoverata ma non ci sono letti disponibili». Dopo oltre un’ora un infermiere fa sdraiare su una barella la donna con problemi allo stomaco, consiglia alla ragazza incinta di recarsi nel reparto di ostetricia e dice a Elena che dovrà attendere più di tre ore. Dopo quattro ore un dottore visita la ragazza e le spiega che, se vuole fare i raggi, bisogna aspettare altre ore. Ieri invece, al pronto soccorso dell’ospedale Gemelli, oltre cento persone attendono il loro turno, accolti da quattro infermieri che lavorano senza sosta. Per un codice giallo bisogna aspettare almeno tre ore, i posti a sedere non bastano e molte persone si accomodano sul pavimento. Al San Filippo Neri, in accettazione c’è una postazione attiva ma la fila è lunga. Nell’altra postazione la luce è accesa ma non c’è nessuno. Un giovane infermiere appare, assegna velocemente due codici a due utenti e torna dentro, il lavoro è tanto perché una decina di barelle affollano il corridoio. Il personale corre da un paziente a un altro, cerca di fare il possibile ma l’afflusso di gente è immane. «Non c’è una reale medicina sul territorio – commenta Santori - è il flop della case della salute. Negli ospedali la carenza di personale e la cattiva organizzazione creano queste situazioni». Sono le sette di sera, al San Filippo Neri la gente continua ad arrivare, il personale a lavorare. Domani sarà un altro giorno, probabilmente uguale al precedente.

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