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Siamo prigionieri delle bancarelle extralarge

Gli ambulanti stranieri invadono ogni spazio libero e in caso di multa danno l’indirizzo fittizio

Si allargano, si coprono con tendoni non autorizzati, non si curano di strisce pedonali, incroci, scivoli, arrivano perfino a delinearsi gli spazi per terra da soli e sfuggono, attraverso un modus operandi consolidato, a sanzioni e controlli amministrativi. Sono gli operatori, autorizzati, di bancarelle su strada.

FENOMENO

A rotazione, itineranti o fissi che siano, ogni giorno occupano più spazio del dovuto sotto lo sguardo incredulo dei negozianti le cui vetrine, il più delle volte, sono oscurate dalla presenza di scatoloni, vestiti, valigie, borse accatastate alla meno peggio. Almeno l'80 per cento di chi sta dietro queste bancarelle sparse al centro come in periferia, calcolano le associazioni di categoria, è straniero, bengalese ed egiziano soprattutto, raramente proprietario ma molto più spesso semplice "lavoratore" messo lì da chi gestisce un business ormai diventato milionario. Il mercato della vendita su area pubblica è, infatti, in costante crescita. Si vende di tutto, dai cosmetici, alle borse, dalle scarpe all'intimo fino agli indumenti per donna, uomo o bambino. E poi accessori da cucina, sciarpe, giocattoli, libri, collane, orecchini, oggetti tecnologici. Alcuni hanno licenze più che ventennali, rilasciate dal Dipartimento commercio del Comune di Roma o dai singoli Municipi. Ma il vero problema è che rispetto ai 4 metri di profondità generalmente concessi, si va praticamente sempre oltre.

VERIFICA

Abbiamo battuto alcune delle zone dove la concentrazione di queste bancarelle è massima: Boccea, Cola Di Rienzo-Ottaviano, Trastevere, Centro storico. Ebbene, su 44 bancarelle visionate (e fotografate) 38 avevano stand di abiti che occupavano parte della sede stradale, oppure borse e valigie accatastate a un metro di distanza circa dal banco, pile di scatole di scarpe appoggiate su strisce pedonali o sugli scivoli, manichini in mezzo alla strada a rendere difficile il passaggio dei pedoni, lunghi porta abiti posizionati ben oltre il banco, vestiti pendenti sulla testa della gente. Una bancarella su via Boccea aveva perfino lo spazio delineato in terra con la vernice gialla, peccato che se lo siano fatti da soli. Un'altra, invece, sempre su via Boccea, ha perfino inglobato una cabina telefonica. E poi c’è il caso delle bancarelle su piazza Giureconsulti che occupano il marciapiede e hanno giusto lasciato lo spazio per far passare una persona alla volta; quella su via Cola di Rienzo, a ridosso della Coin, i cui scatoloni di merce ieri mattina poggiavano interamente sulle strisce pedonali. Ancora, viale Trastevere lato Ministero della Pubblica Istruzione, dove borse, scatoloni e merce varia, erano stati accantonati ben oltre il marciapiede che "ospita" la bancarella. Sulla stradina che da Corso Vittorio Emanuele porta a piazza Navona, invece, una delle bancarelle presenti aveva poggiato un tavolo di ferro vicino alla struttura portante per allargarsi.

CONTROLLI

È una vera e propria corsa ad ostacoli quella dei controlli tanto che, qualche giorno fa, l'assessore capitolino al commercio Marta Leonori ha fatto pubblico appello agli operatori su area pubblica a non andare oltre i limiti autorizzati. Appello, per quanto abbiamo potuto constatare, caduto nel vuoto. Del resto per sfuggire alle sanzioni dei vigili urbani gli operatori stranieri sembrano aver adottato una strategia consolidata. A rilevarcelo è l'assessore al commercio del Municipio XIII, Stefano Zuppello. «Ogni volta che il vigile va per sanzionare, chi sta dietro al banco fornisce degli indirizzi di residenze fittizie che fanno capo in genere ad associazioni umanitarie. Le multe, così, finiscono nel vuoto». Ce lo conferma un vigile urbano dello stesso Municipio che preferisce rimanere anonimo: «In genere danno come indirizzo via Valente e via Dandolo, ma queste non sono le loro vere residenze. Noi abbiamo segnalato la situazione al Municipio chiedendo di intervenire in qualche modo perché così le multe riescono a non pagarle mai e va da sé che sforare i limiti delle occupazioni di suolo pubblico diventa la prassi».

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