Il linguaggio degli alberi e la solitudine di chi ne rimane orfano
Potrebbe sembrare fuori luogo in questi tempi, pieni di ansia e preoccupazioni per il futuro nostro e dei nostri figli, dolersi per la morte di un albero, anche se speciale, silenzioso testimone e amico partecipe di tutta la tua vita. Parlo del cipresso secolare di casa mia che purtroppo da qualche settimana mi ha detto addio. Tanti conoscevano questo albero, quasi un monumento, nascosto e pur presente in un giardino ombroso e romantico. Da sempre m'incantano gli alberi; mi fermo anche ora, come facevo da bambina, a fantasticare sotto la loro chioma, a seguirne su di loro il segno delle stagioni, a raccogliere foglie e fantasia fra i rami, ad assaporare il silenzio della solitudine. Avete mai osservato gli alberi in inverno? Io li preferisco cosi perché li vedo quali sono realmente, con il loro linguaggio nudo e sincero che le foglie d'estate coprono e nascondono agli occhi frettolosi. Amo tutti gli alberi,gli umili e cadenti, gli orgogliosi ed eretti: sembrano persone; i noci in particolare assumono con gli anni forme misteriose e affascinanti. Ognuno ha la sua dignità e il suo piccolo spazio su cui esercitare la sua regalità; i buchi nei tronchi sembrano enormi occhi che scrutano con stupore la convulsa e breve vita umana. E sembrano eterni. Invece muoiono,prima o poi, lasciano orfani il prato, i cespugli, i fiori e i cuori con i quali hanno parlato per generazioni. Anche il cipresso di Monterosso che dall’aurora al crepuscolo ha vegliato su di una intera famiglia, curato come una persona, varca ora l’eternità. E quando è morto e senza rami, offre solo i suoi tronchi alla luce e consola gli uccelli che lo cercano vivo invano, ma cantano ugualmente, nella speranza di vederlo rivivere nella prossima profumata primavera.