A Prima Porta non c’è pace neanche per i morti
Sembra un giardino sfiorito di altri tempi. Le lapidi storiche a terra, i mausolei alla memoria, fiori appassiti dappertutto e un silenzio che affonda nel ricordo. Lo stacco con l’ala moderna del camposanto è di certo notevole, ma l’occhio si ferma sull’incuria. Delle tombe antiche coperte da teloni di plastica fermati da blocchi di cemento, della cappelletta senza vetri inghiottita dall’edera, dove c’è ancora un portacandele arrugginito e un mobiletto diroccato. Dei defunti di cui non si riesce a leggere il nome perché non si può arrivare a render loro omaggio nell’erba alta o a quelli a cui sono rimasti solo i vasi vuoti come ornamento. E poi, il cimitero dei bambini sotto le arcate piene di infiltrazioni, le transenne in mezzo alla spazzatura, le scope a pezzi sulle tombe annerite, le scatole elettriche divelte, i tombini offuscati nel fango, i marmi nominativi crollati e deposti in un angolo, i portafiori spaccati, le lampade votive penzolanti, le crepe sui muri. Un viaggio vintage nell’abbandono quello nella parte più vecchia del cimitero di Prima Porta. Ci siamo stati la scorsa settimana e tornati ieri l’altro. In vista della ricorrenza di Ognissanti, qualche servizio in più, una transenna spostata, qualche aiuola in più irrorata, ma ad incombere è il degrado senza equivoci che abbiamo documentato. La tomba del tenente Paolo Badoglio, volontario di due guerre, inghiottita dai rovi; sulla cappella delle sorelle Fontana qualcuno ha lasciato una rosa rossa da chissà quanto; sorveglianza latente. Scendiamo i gradini dopo gli archi, svoltando a sinistra incappiamo in una lapide sotto una scala, vicino a pezzi di marmo e un manto di foglie secche. Ci addentriamo nel viale, fra casotti diventati secchioni per i rifiuti che nessuno ha provveduto a rimuovere. E, ancora, nel dedalo di anfratti tappezzati da buche e avvallamenti in un ininterrotto saliscendi, tombe nascoste da vegetazione e rami caduti. Più giù, i fornetti spiccano sullo sfondo di una selva di arbusti. Qui l’unico bagno è chiuso: è scritto pure a penna sulla porta, sotto una scala corrosa dalla ruggine. Ancora avanti, una tomba è diventata un vaso per piante: una specie di monumento postmoderno da cui fuoriescono giunchi ad altezza umana. Va un po’ meglio nell’area nuova, dove accanto ai morti comuni riposano, fra gli altri, i noti Luigi Comencini, Franco Cristaldi, Carlo Dapporto, Sora Lella, Renato Rascel, Carosone, Steno, Corrado, Chinaglia, anche se la manutenzione non è proprio da premio Oscar. A cominciare, entrando dall’ingresso principale, dalle mura a brandelli che costeggiano i viali e dal tombino a pezzi ai piedi del fontanone, fino all’area impraticabile per dossi, smottamenti e buche lunghe un metro, poco dopo viale dell’Arciconfraternita di S. Maria del Pianto, dove la targa toponomastica fa letteralmente capolino a un mucchio di tronchi. Prima delle tombe di Modugno e Bombolo, un deposito dell’Acea è immerso nel marciume. Così come il magazzino puntellato più in là. Verso l’ossario, che ospita un mare di croci storte, la scalinata è transennata, alla stregua di altri spazi. E, nella zona delle nuove cappelle, discariche di calcinacci per i lavori incompleti, voragini e aree pericolanti isolate da nastro adesivo staccato in diversi punti, fra verde incolto e immondizia. «I bagni sono un pianto», concordiamo con quello che dice una signora uscendo. Togliendo quelli guasti e gli inagibili, i funzionanti spopolano di fili elettrici a dondolo, lampade fatiscenti, sporcizia, pappagalli allagati per le donne, urinatoi mancanti per il sesso forte. Preferibile farsela sotto, pure se qualcuno ne approfitta dietro una siepe.