Omicidio ad Anzio. Presi gli amici complici

Sono stati catturati anche i presunti fiancheggiatori del killer di Anzio, Matteo Vernile, 23 anni: la sua ragazza e quattro amici. Cinque persone che carabinieri e Tribunale di Velletri accusano di aver tentato di sviare le indagini sull’uccisione del 28 maggio del ventitrenne Daniele Righini e sul tentativo di omicidio di Massimiliano Cencioni, di un anno più piccolo, colpiti quando era nell’auto in Corso Italia. Storia di sangue degenerata per un nulla: la borsa dimenticata dalla giovane sull’auto delle due vittime che avevano accompagnato a casa lei e l’omicida, che aveva finito di lavorare nell’agenzia di servizi del padre e doveva tornare agli arresti domiciliari. E forse per una parola di troppo tra i due e Vernile, determinato e violento, un tipo che si faceva chiamare «Corleone», come il protagonista della saga del Padrino cinematografico. Pantheon di miti criminali ai quali si ispiravano anche i suoi amici, come lo Scagnozzo, uno degli arrestati ieri. Ciascuno degli indagati si sarebbe reso responsabile di favoreggiamento, ma in modo diverso. La fidanzata Nicole Bertolami, 18 anni, è ai domiciliari. È stata irreperibile per tutto il giorno dopo il fattaccio. Dopodiché si è presentata ai carabinieri della Compagnia di Anzio del capitano Ugo Floccher e avrebbe cominciato a collaborare. C’è Daniele Isca, 24 anni (in carcere). Lui era presente quando Corleone ha sparato. Ma ai militari avrebbe detto altro, portandoli a credere in un’altra versione dei fatti, dirottando l’attenzione dei carabinieri su altri personaggi che nulla avevano a che fare con il fatto di sangue. Poi c’è il macedone Ajdari Blerim, 29 anni, sottoposto alla misura cautelare dell’obbligo di firma. Un attimo dopo la mattanza, con la sua moto ha caricato Vernile e lo ha portato in un luogo sicuro. Invece lo Scagnozzo Dario Leo, 22 anni (agli arresti), avrebbe organizzato la logistica della fuga di Vernile, aiutando Corleone a nascondersi e a sfuggire al Nucleo operativo del tenente Claudio Palombo. Il ruolo di Vittorio Pinci e del papà dell’omicida (tenuto fuori da ogni ipotesi di reato perché parente dell’imputato) sarebbe stato più robusto. Il primo, di Colleferro (anche lui in cella), aveva un casolare in provincia di Perugia, a Magione, residenza di una coppia di romeni. Covo ideale per tenere a distanza Matteo Vernile ricercato dai carabinieri. Lui e il padre del ragazzo, lo hanno caricato in macchina e lo hanno portato in Umbria. Ai romeni hanno detto che il giovane aveva problemi di famiglia, si era dovuto allontanare da Anzio e lì avrebbe trascorso un periodo tranquillo. Quindi aveva un tetto sopra la testa, mangiava e stava al sicuro, senza telefono cellulare, senza scrivere né ricevere lettere, né connettersi a Internet. Praticamente doveva essere un fantasma. Era necessario che interrompesse ogni contatto col mondo esterno, con chi lo conosceva e soprattutto con chi faceva parte del suo giro, i suoi amici, sicuramente tenuti sotto controllo dai carabinieri. Che però non hanno ristretto il loro lavoro all’intercettazione basta. Hanno seguito anche i metodi d’indagine tradizionali arrivando nel Perugino. All’alba del 15 luglio scorso, hanno circondato il casale e sono entrati in azione catturando il killer. Erano pronti a difendersi. Ma non c’è stato bisogno. Con l’operazione di ieri il caso è chiuso.