Il ricordo di Edoardo Vianello

È il promotore del concertone di domenica (ma l’idea - precisa - è di Amedeo Minghi), ma è anche colui che ha scoperto e lanciato il Califfo. Edoardo Vianello non si fa pregare quando gli chiedi di Califano. «Ci mancherebbe - dice - Franco ha cominciato con me perché inizialmente lui faceva fotoromanzi col nome di Andrea Del Duca. Lo incontrai una sera al bowling, venne in compagnia di Gianni Minà. Un tipo spavaldo, simpatico, diventammo subito amici. Mi ha colpito quando mi dissi se poteva leggermi una poesia. Rimasi stupito. Mi sembrava un tipo superficiale e invece mi meravigliai di più quando me la lesse. Era una poesia intensa, profonda, parlava di amicizia. E allora gli chiesi "perché non provi a scrivere testi per canzoni?"». E lo fece? «Certo. Dopo un paio di giorni si presenta da me e mi fa ascoltare un testo meraviglioso. Lo musicai subito. Era "Da molto lontano». Iniziò a fare il paroliere. Io intanto nel ’67 mi ero sposato e lui divenne direttore artistico dell’Ariston a Milano, ma nel ’69 tornò a Roma e decidemmo di metterci in proprio». E poi? «Fondammo una casa discografica. Era il tempo dello sbarco sulla Luna e la chiamammo Apollo. Lui aveva quattro amici genovesi, i "Ricchi e Poveri" che portammo a Sanremo nel ’69 con "La prima cosa bella" e nel ’70 con "Che sarà" e fu un successo. Partimmo alla grande fino a che non passarono alla Fonit». E voi siete rimasti soli. «Certo che no perché partorimmo i Vianella e lanciammo canzoni in dialetto romanesco. Allora c’erano solo i jukebox e le canzoni dovevano essere orecchiabili. Facemmo due lp, con grandi successo con "Semo gente de borgata", "Fijo mio". Poi anche lui cominciò a cantare e le nostre strade si separono». C’è un aneddoto da raccontare? «Ce n’è uno direi simpatico. Quando andavamo in giro per l’Italia, io ero famoso, lui bello. Come si dice a Roma, acchiappavamo tutti e due, ma lui molto di più tanto che un giorno gli dissi "quello che lasci me lo prendo io", a dire che anche gli avanzi del Califfo andavamo bene». Quando lo ha visto per l’ultima volta? «Un mese fa. Andai a casa sua a trovarlo perché c’erano le elezioni alla Siae e lui mi aveva delegato a rappresentarlo. Mi sembrava stesse meglio. Nel suo habitat naturale, si muoveva a suo agio. Ricordo anche quel giorno di ottobre che ero impegnato a Domenica In e lui venne all’improvviso. Fu una sorpresa, ma decisamente bella». Cosa le mancherà di Franco? «A pensarci oggi l’essere stati insieme meno di quanto potessimo. In fondo quando hai una cosa non pensi mai di poterla perdere. Quella con Franco è stata un’amicia unica, profonda. Il rimpianto più grande è che potevamo fare molto di più di quello che abbiamo fatto. Ma quello che abbiamo fatto insieme, godiamocelo».