Il Consiglio di Stato boccia il piano nomadi

Tutto da rifare. Il Piano Nomadi adottato in via d'emergenza dal prefetto Giuseppe Pecoraro non è più attuabile e va riformulato. Lo ha deciso il 16 novembre il Consiglio di Stato con una sentenza che rigetta i ricorsi presentati contro il verdetto del Tar, il quale a sua volta aveva annullato in parte le tre ordinanze del presidente del Consiglio dei Ministri in Lombardia, in Campania e nel Lazio su denuncia di un'associazione e di una famiglia rom. Ora il Campidoglio potrà riproporre alcune misure ma basandosi sui poteri ordinari del sindaco e su situazioni specifiche di ordine pubblico. Partiamo dall'inizio. Il 21 maggio 2008 il premier Silvio Berlusconi decreta lo «stato di emergenza in relazione agli insediamenti di comunità nomadi» e emette una serie di ordinanze attuative con le quali nomina i prefetti di Roma e di altre quattro città, «commissari delegati per la realizzazione di tutti gli interventi necessari al superamento dello stato di emergenza». Nel febbraio 2009 Pecoraro firma il Regolamento per la gestione dei villaggi attrezzati per i nomadi nella regione e il 31 luglio in veste di commissario straordinario ad hoc presenta insieme con il Comune il piano. Un progetto che provoca subito roventi polemiche e che ha seri problemi di finanziamento, e anche per questo va decisamente a rilento. Il documento firmato da Gianni Alemanno prevede un numero chiuso di circa seimila persone da sistemare in campi attrezzati con un massimo di 600 residenti ognuno. Un programma che, si disse all'epoca, sarebbe divenuto realtà entro il 2010. Così non è stato. Attualmente ci sono 7 campi autorizzati e ci vivono 3.300 rom. Cinque sono stati già ampliati e ristrutturati (Camping River, Candoni, Castel Romano, Salone, Gordiani). Quello di La Barbuta è stato ampliato ma su altri, come quelli in via Cesarina a Montesacro, e in via Lombroso al Trionfale, bisogna ancora intervenire. L'obiettivo è eliminarli tutti tra giugno 2011 e il 2012. Finora sono stati chiusi il Casilino 900, La Martora, Naide e Dameta e quello di via Degli Angeli, definiti dal sindaco Alemanno «vere bombe innescate». La sentenza n. 6050 del Consiglio di Stato ha messo, però, in serio dubbio l'attuazione del piano, decretando «l'illegittimità del decreto del presidente del Consiglio». Perché? Semplice: per i giudici non emergono «precisi dati fattuali che autorizzino ad affermare l'esistenza di un nesso tra la presenza sul territorio di insediamenti rom e una straordinaria ed eccezionale turbativa dell'ordine e della sicurezza pubblica nelle aree interessate». Non solo. Il riferimento a «gravi episodi che mettono in pericolo l'ordine e la sicurezza pubblica» non risulta supportato da una seria e puntuale analisi dell'incidenza sul territorio del fenomeno ed esiste anche un difetto nel motivare lo stato d'emergenza. Così, a catena, se quest'ultimo non era legittimo, le ordinanze relative devono essere annullate. E se Pecoraro (e gli altri) non potevano essere nominati commissari straordinari, anche i loro successivi atti commissariali sono decaduti in quanto adottati in carenza di potere. Ma il Consiglio di Stato entra anche nel merito delle ragioni esposte dai ricorrenti (Palazzo Chigi e Comune), sottolineando che «l'interesse primariamente perseguito con la dichiarazione dell'emergenza va indiviuato nella tutela delle popolazioni» che risiedono nei pressi dei campi dove si ritiene ci sia una «situazione di pericolo ingenerata dall'esistenza» di tali insediamenti. Ma non esiste un rapporto di causa-effetto tra questi insediamenti e «una straordinaria ed eccezionale turbativa dell'ordine e della sicurezza pubblica nelle aree interessate». Una situazione che sembra più «paventata pro futuro» che «già esistente e acclarata». Infine, non c'è stato un accurato e sistematico studio dell'incidenza del fenomeno sul territorio ma si fa riferimento ad episodi specifici» e quindi appare «inverosimile» l'«impossibilità di fronteggiare l'evento con gli ordinari mezzi e poteri». Che fare, dunque? Le amministrazioni interessate possono «sanare» il vizio di incompetenza, spiega il Consiglio di Stato. «Anche se la sentenza ha valore retroattivo - spiega l'avvocato del Comune Andrea Magnanelli - il sindaco può addottare nuovamente provvedimenti per mantenere l'ordine pubblico, salvaguardare l'incolumità dei nomadi e dei cittadini residenti della zona, garantire la pubblica decenza e l'igiene. Ma lo deve fare con misure mirate e articolate. E questa volta utilizzando poteri ordinari».