Piazza San Pietro come l'Arca di Noè

L'arca di Noè non poteva che trovarsi in piazza San Pietro in occasione di Sant'Antonio abate, patrono degli animali. «Per noi è più di un patrono - spiegano gli allevatori - testimonia il vincolo profondo che ci lega a tradizioni antiche ancora vissute nelle campagne con intensità». Una manifestazione arricchita quest'anno dall'iniziativa dell'Aia (Associazione italiana allevatori) che ha voluto celebrare gli animali di campagna e da reddito insieme a quelli "cittadini". Ai quattrozampe della Capitale infatti i veterinari dell'Associazione hanno offerto un visita gratuita in una piazza con mucche, galline, pecore, cavalli, asini, muli e bufali, fatti arrivare da vicino Roma per evitare lunghi viaggi agli animali. Molti i romani che hanno portato cani, mici, criceti e perfino una tartarughina. Un modo per avvicinare i cittadini alla campagna che ha incuriosito anche frotte di turisti stranieri. Molte le foto ricordo scattate sullo sfondo del colonnato del Bernini davanti al quale è stata allestita l'arca-fattoria con una quarantina di animali in rappresentanza dei milioni che vivono in Italia, non sempre tenuti in condizioni di benessere. Come a volte la cronaca racconta. Il vento sta cambiando e la festa coronata dalla messa in San Pietro celebrata dal cardinale Angelo Comastri vicario del Papa per la Città del Vaticano, ha visto ribadire l'importanza della famiglia, istituzione legata al mondo degli allevatori che si tramandano passione, conoscenze ed esperienze di padre in figlio ma anche l'insediamento di un Comitato etico-tecnico e scientifico voluto dall'Aia composto da teologi, psicologi, giuristi, veterinari, giornalisti. «Dall'attività del comitato - spiega il presidente dell'Aia, Nino Andena, allevatore di bovini da latte e veterinario - vogliamo indicazioni per rendere l'allevamento sempre più in sintonia con il benessere animale e i nuovi stili di vita che si stanno affermando». Una decisione illuminata, moderna, etica, economicamente vantaggiosa come dimostrano ormai molti studi: gli animali tenuti bene sono più sani, si ammalano meno e dunque assumono meno farmaci, producono meglio e con più qualità. «Dobbiamo allargare l'orizzonte continuando a migliorare la nostra attività di allevatori, a vigilare sulla qualità delle nostre produzioni e a lavorare per la tutela del prodotto 100 per cento origine italiana. Gli allevatori italiani sono i migliori del mondo ma non basta. Occorre rassicurare la collettività in una logica di trasparenza, rispettosi delle leggi e rispettosi dei diritti degli altri. Animali inclusi. La sfida è un allevamento sostenibile sotto il profilo della tutela ambientale, della sicurezza alimentare e del benessere animale, in un ottica di promozione della vera biodiversità. È su questi temi etici che si giocherà il nostro rapporto con la collettività». Davvero parole sante.