Caos maternità
Un neonato è morto dopo un parto cesareo al San Camillo Forlanini, mercoledì scorso, in una giornata di tregenda, una delle tante che ormai si susseguono nella famosa maternità su via Gianicolense: zeppa come un uovo, ma senza personale, con ostetriche sull'orlo di una crisi di nervi, in servizio anche fino a 16 ore, letti aggiunti nei corridoi che diventano più stretti di fettuccine. E mercoledì mattina erano già esaurite persino le barelle. È in questo contesto che è maturato il parto cesareo di una donna romana di 30 anni al primo figlio, che ha dato alla luce un feto in arresto cardiaco. A darne la notizia, ieri, è stato il direttore sanitario del nosocomio, Diamante Pacchiarini. Il caso è stato segnalato al magistrato di turno. La Procura di Roma ha aperto un fascicolo, al momento contro ignoti. In base a quanto riferiscono fonti ospedaliere il corpo del piccolo è stato posto sotto sequestro e non si esclude che possa essere sottoposta ad autopsia. Il testo dell'azienda ospedaliera dice che «questa mattina intorno alle 8,30 - si legge in una nota - è giunta presso il pronto soccorso ostetrico la paziente M.G.P. di 30 anni, per una gravidanza al termine che non presentava segni di patologia acuta in atto. La donna, infatti, era stata inviata dal suo ginecologo per l'espletamento del parto». Il direttore sanitario dell'ospedale prosegue affermando che la donna «è stata sottoposta a monitoraggio tococardiografico che non ha evidenziato elementi di emergenza-urgenza. A seguito di ulteriore valutazione - prosegue la nota - è stata posta indicazione ad intervento cesareo che è stato effettuato alle 15.05». Il dirigente spiega che «purtroppo all'esito dell'intervento il feto era in arresto cardiaco ed ogni tentativo di rianimazione è stato inutile. La documentazione clinica e la salma sono a disposizione dell'autorità giudiziaria per gli accertamenti medico-legali del caso». Ma la comunicazione fredda del comunicato stampa non spiega cosa stia succedendo da giorni nella maternità di terzo livello del Sam Camillo, la più sicura per l'assistenza al parto. E che invece è costretta a dirottare verso altri ospedali le mammine, perché mancano letti, neonatologi e ostetriche. «Mercoledì ne abbiamo mandate via tre e prese 15» dice il primario Claudio Donadio, che nell'ultima settimana di settembre aveva lanciato un sos dal quotidiano Il Tempo. Nel girone infernale è finita anche la primipara, che ha partorito un figlio morto. La donna non sarebbe stata seguita in gravidanza dal San Camillo Forlanini, raccontano dall'ospedale. E non si sarebbe trattato di un parto cesareo programmato. «È stata inviata qui» spiegano dall'ospedale, dopo aver accusato dei dolori. «Era alla 39esima settimana e qualche giorno, quindi fuori travaglio» spiegano ancora. La donna è arrivata verso le 8.30. Il medico in accettazione avrebbe effettuato il monitoraggio. «Chi ha visto il tracciato lo ha giudicato "non rassicurante". E ha avvisato la sala parto». «"C'è una signora che non ha nulla di grave ma il monitoraggio non mi piace" avrebbe detto». Ma la sala parto era piena. La donna ha aspettato che si liberasse il posto» forse in piedi o su uno sgabello di fortuna perché, confermano dal San Camillo «non c'erano posti nemmeno sulle barelle, non ne avevamo più». Passano le ore. L'attesa è estenuante, nel casino generale di personale che si dà un gran da fare, ben al di sopra dei limiti umani di sopportazione, viene spiegato. Poi arriva il suo turno. «Dopo l'ultimo intervento, un cesareo piuttosto impegnativo è stata data disposizione di mettere la donna in sala operatoria per motivi prudenziali». Arriviamo all'epilogo. «Sul tavolo operatorio il cuore del bambino batte ancora. Ma a cesareo effettuato no. I medici tentano il tutto per tutto. «Le manvore di rianimaziokne durano 25 minuti ma non servono a nulla».