segue dalla prima Sono i lavoratori della Cgil a incrociare le braccia.

Numeriche per i cittadini soliti a prendere bus e metrò vogliono dire ore in fila. O traffico, se si viaggia in auto e moto, completamente impazzito. L'inferno dura dalle 8.30 alle 12.30, tempo in cui gli autisti dei bus appendono il cappello al chiodo e le stazioni della linea A della metropolitana chiudono i battenti. Al resto, come detto, ci pensa il caldo con i 28 gradi a sfidare gli «Ulisse» metropolitani alle prese con la loro personale «Odissea». «Che andassero a lavorare!», grida nonno Michele, in macchina con il nipotino, imbottigliato da venti minuti in via Giolitti. Al semaforo, Giampaolo gli sorride sconsolato: «Io ho già messo in conto che prenderò un paio di sanzioni ai varchi ztl». La disperazione di un uomo al volante che non ingrana la seconda per un'ora, mette in secondo piano anche l'incubo-multa. Ma almeno loro, gli autisti arrabbiati e consolati solo dall'aria condizianata dell'auto, sono seduti. Quasi comodi messi a confronto con chi, da ore, attende l'arrivo dell'autobus. Alla fermata i cittadini insorgono. «Di tutti questi scioperi non se ne può più», dice Cristiana. «È una vergogna - le fa eco Francesco - è un'ora che aspettiamo e ancora non s'è visto nulla». Da Nomentano a Prati Fiscali, da Termini all'Eur la protesta è unanime. Eppure ognuno ha una storia. Un'esigenza. Il rischio più grande è arrivare tardi a lavoro. In tempo di crisi, del resto, si teme di restare senza occupazione. La signora Antonietta è appoggiata al palo di una fermata in cima a via Cavour. Gesticola freneticamente col telefonino. Con l'altra mano tiene stretta alla pancia una borsetta beige. Sembra nervosa. «Questi scioperi creano problemi seri. Nel senso che non posso permettermi di arrivare tardi a lavoro. Lei può? Nessuno può. Facciamo il conto di quante persone rischiano qualcosa con questo gioco. Capisco che è un diritto, ma non sulla pelle dei cittadini se no che senso ha? Stamattina ho preso l'auto alle 7 per evitare il peggio. Poi però siamo entrati nella fascia oraria dello sciopero e sono rimasta un'ora sulla Nomentana ad aspettare l'84. Ora sono qui a via Cavour ma devo ancora attraversare Roma: ci metterò una vita». Con il lavoro non si scherza. È questa la riflessione di una mattinata in attesa della normalità. «Sono un po' troppo frequenti questi scioperi - dice Liliana alla fermata con la figlia -, conosco gente che ha rischiato il licenziamento perché si è presentata in ritardo più di una volta. I sindacati risolvessero i problemi su un tavolo, senza farlo a nostre spese». Qualcuno, spazientito, come il signor Marino, si scaglia anche contro Alemanno e Berlusconi. Nino è invece deluso dal sindaco: «Io l'ho votato. Ma i servizi ai cittadini fanno schifo - dice mentre indossa l'occhiale da sole e si asciuga il sudore della fronte - Non prendo mai l'autobus, ma ho dovuto portare la macchina dal meccanico e non sapevo dello sciopero. Sono rimasto fregato. È una giungla». La signora Alessandra, da un'ora e mezzo in attesa della linea H a Termini, spera di raggiungere «entro oggi» il Policlinico per vedere la neonata nipotina. Titti, invece, è da due ore e mezzo ai Musei Vaticani ma del «49» neanche l'ombra. Mentre Maria Pia, sull'Appia, sogna di salire sul bus dalle 10,30: «È mezzogiorno, sono di Ponza e devo andare all'Isola Tiberina. Qualcuno mi può spiegare che devo fare per arrivare a fine giornata?». E dai quartieri centrali fino alla periferia il lamento non muta. Stessa sorte tocca a quelli che si affollano davanti al botteghino informativo dell'Atac in piazza dei Cinquecento. «Non c'è informazione - dice sbigottito Raimondo - devo andare a piazzale Clodio e nessuno sa dirmi se l'autobus passa o no». Anna invece viene dalla Germania. Come tanti turisti, lo sciopero l'ha colta di sorpresa: «Non sapevo, non mi resta che prendere un taxi». Ma non tutti possono permettersi questo lusso. Per romani e stranieri non resta che fissare l'orologio in attesa del riavvio dei servizi. Il tempo s'ammazza sventolando un foglio per respirare meglio. Fumando una sigaretta. O con l'iPod a tutto volume per non sentire i clacson delle auto imbottigliate. Per fortuna mezzogiorno e mezzo prima o poi arriva. Ma dall'incubo ci si risveglia solo dopo un'altra ora, quando i mezzi tornano a circolare. Poi tutti sugli autobus. Tutti accalcati. Nervosi. Di fretta come mai. Ma quella è un'altra odissea. Fabio Perugia Alessio Liverziani