Ospedali religiosi, niente stipendi

DamianaVerucci Stipendi per i dipendenti a rischio, prestazioni oggi gratuite che potrebbero diventare a pagamento per i cittadini del Lazio. San Carlo di Nancy, Cristo Re, San Pietro Fatebenefratelli, Regina Apostolorum, sono alcuni degli ospedali religiosi classificati dell'Associazione Religiosa degli Istituti Socio Sanitari (Aris) del Lazio (con la loro peculiare connotazione no-profit), che ieri hanno acceso i riflettori dopo mesi di silenzio su una situazione definita ormai «al collasso». Sotto accusa le varie delibere della Giunta regionale del Lazio degli ultimi anni e i decreti del Commissario ad acta Marrazzo, che hanno determinato abbattimenti tariffari, budget sui volumi di attività, ritardi nei pagamenti tali da mettere in seria difficoltà gli ospedali in questione impedendo anche qualsiasi pianificazione programmatoria. Il grido d'allarme di Michele Bellomo, presidente dell'Aris Lazio, non lascia spazio a fraintendimenti: «Fino a oggi, per tener fede ai dettami dei nostri istituti religiosi abbiamo cercato una soluzione con la Regione Lazio ma senza risultati. Per la prima volta nell'arco di un'intera legislatura nessuna struttura classificata ha sottoscritto un accordo regionale. Risultato? Oggi sono a rischio sia i servizi per i cittadini, sia i livelli occupazionali». Gli ospedali religiosi classificati sono infatti accreditati per legge con il Servizio Sanitario Nazionale ed equiparati a tutti gli effetti alle strutture pubbliche, quindi effettuano prestazioni per conto del Servizio Sanitario Regionale. La remunerazione dell'attività svolta da queste strutture è stabilita per legge attraverso specifici accordi sottoscritti da ciascun ospedale con la Regione. Tuttavia da più di quattro anni, fa notare l'Aris, non è stato possibile raggiungere alcuna intesa con la Regione per «le inaccettabili proposte di remunerazione che per la loro iniquità sono assolutamente insufficienti a coprire i costi di gestione della produzione». Da qui il rischio, concreto e attuale, di sospendere il pagamento degli stipendi dei dipendenti di queste strutture e di far pagare al cittadino alcune prestazioni specialistiche, ambulatoriali e diagnostiche. Non è un problema di poco conto se si pensa solo al bacino di utenza di questi ospedali: oltre 100 mila ricoveri l'anno, più di 3,5 milioni di prestazioni specialistiche ambulatoriali e 173 mila accessi di pronto soccorso nel 2008, e un totale di 1.827 posti letto. «Questi ospedali costano il 30% in meno delle strutture pubbliche – ha incalzato Bellomo – perché c'è più efficienza e meno sprechi. Eppure ci sono situazioni come il Cristo Re dove i lavoratori non percepiscono già lo stipendio e non avranno tredicesime anche perché la Regione non garantisce più neppure le erogazioni mensili». Situazione, questa, «che potrebbe estendersi presto a tutti gli altri istituti classificati».