intervista al filosofo

Michel Onfray: "L'Occidente esiste ma così rischia di sparire"

Francesco Subiaco

«L’Occidente esiste, l’ho incontrato. E ora lo vedo scomparire». Si apre così «Camminare tra le rovine. Le sorgenti classiche della nostra civiltà» (Ponte delle Grazie) di Michel Onfray, il più apocalittico e originale filosofo francese. Un’opera capitale che ripercorre la storia del pensiero occidentale a partire dal mondo classico per comprendere la nostra civiltà e la sua decadenza. 
Professor Onfray, perché «Camminare tra le rovine»?
«Per riscoprire in questa epoca di decadenza le sorgenti della civiltà giudeo-cristiana, cioè il mondo classico e platonico dal quale proviene. L’antichità greco-romana ha fornito, con il platonismo, che a sua volta doveva molto al pitagorismo, il quale aveva a sua volta attinto dall’India, i materiali da costruzione per il cristianesimo e per la nostra civiltà: il dualismo corpo-anima, il disprezzo della carne e la preferenza accordata allo spirito, l’immaterialità dell’anima e la sua vita dopo la morte, eccetera. Sono rovine perché quelle opere filosofiche sono state distrutte dal tempo - acqua, fuoco, insetti, umidità, funghi - dagli uomini - incendi di biblioteche, guerre, ma anche i roghi dei filosofi incompatibili con il cristianesimo - e dalla cancellazione dei testi antichi dalle pergamene per potervi trascrivere i testi cristiani. Volevo quindi raccontarle per indagare le origini della nostra civiltà».
Oggi però essa è sul banco degli accusati. Di fronte alle censure e strumentalizzazioni del mondo culturale stiamo assistendo pertanto a un nuovo tradimento dei chierici?
«Viviamo in una società di analfabeti talmente incancrenita dalla stupidità che persino le élite, ed anzi soprattutto le élite, hanno rinunciato alla cultura, al sapere, all’erudizione, al lavoro, all’intelligenza per spacciare le stupidaggini wokiste; la loro "docilità" permette loro di fare carriera all’interno delle istituzioni. Il denaro dell’università e della ricerca viene distribuito soltanto ai cani da guardia del nuovo sistema - wokista, islamo-gauchista, decostruzionista. Mentre la loro incultura li porta a prendere sul serio le illusioni dello strutturalismo, ovvero ciò che gli stessi filosofi strutturalisti hanno ripudiato durante la loro vita. Non a caso Deleuze, Foucault, Barthes, Lévi-Strauss hanno tutti concluso la loro esistenza intellettuale voltando le spalle allo strutturalismo».
E il mondo accademico non riesce a costruire un pensiero critico?
«L’università e la ricerca di oggi sono ciò che le università e la ricerca sono sempre state sotto tutti i regimi: cinghie di trasmissione del potere costituito. Nessun antinazismo universitario sotto il regime nazista, nessun antimarxismo universitario sotto il regime bolscevico, nessun antiwokismo universitario ci sarà pertanto sotto un regime wokista...».
Lei ricorre a Nietzsche e ai pensatori classici per interpretare il nichilismo del presente. Che cosa non comprendiamo ancora della decadenza europea?
«La crisi europea è molto ben compresa da coloro che hanno scelto la lucidità, ma non da coloro che hanno optato per l’ideologia e negano che essa esista. I progressisti sono devoti ad un catechismo che insegna il carattere ineluttabile del progresso - ma dimenticano che anche il negativo e la negatività possono progredire... Per loro, dunque, non si può nemmeno prendere in considerazione una qualsiasi regressione, perché ciò darebbe torto alle loro convinzioni. Non ammettere mai che una decadenza sia possibile: sarebbe una lettura fascista, poiché un’affermazione del genere nega il progresso lineare necessario alle loro finzioni. L’ultimo Nietzsche ha effettivamente pensato il nichilismo europeo in maniera terribilmente giusta ed efficace, al punto che non vi è nulla da togliere alle sue analisi. Anarchismo, socialismo, comunismo, femminismo, vegetarianismo, pacifismo, materialismo, "wagnerismo" sono stati oggetto, da parte sua, di analisi che si potrebbe credere siano state scritte ieri.»
Lei insiste sul fatto che la grande filosofia nasce dalla disputa e dal confronto tra tesi opposte. Il woke non ha rappresentato un tradimento di questa vocazione?
«Certo, il wokismo è la morte della ragione, dell’intelligenza, della riflessione, dell’analisi, della scienza, della cultura, della filosofia. È il ritorno alle tribù primitive descritte da Darwin: comportamenti di clan, sottomissione ai capi dominanti, un linguaggio primitivo, rinuncia alla neocorteccia, una tirannia degli istinti primitivi - l’odio, la venerazione, la sottomissione, la collera, l’impazienza, l’indignazione, la vociferazione -; è il ritorno dell’urlo al posto del linguaggio».
Che cosa intende quando scrive che oggi «l’Occidente è talmente combattuto, detestato, esecrato, disprezzato e vilipeso dai nuovi barbari che i vizi di ieri diventano le virtù di oggi»?
«Questo ritorno alle tribù va di pari passo con la fine della morale, l’abolizione delle virtù, un immoralismo generalizzato, se non addirittura un’amoralità trionfante. Ognuno gioca la propria carta narcisistica, rincorre il proprio godimento personale, vuole la soddisfazione immediata dei propri minimi desideri. Il nichilista è intollerante alla frustrazione: vuole tutto, tutto e subito, nell’istante. La morale ostacola il suo godimento: egli disprezza, odia, sporca, distrugge tutto ciò che si frappone alla realizzazione del suo desiderio animale. Perché fare il bene anziché il male in un mondo in cui il vizio paga più della virtù? L’impunità detta legge: perché non distruggere tutto come un bambino che non incontra alcuna autorità?».
Gli eventi di Ceuta, la crisi della laicità repubblicana, l’incapacità di difendere Israele e di sostenere la libertà in Iran. Come vede il panorama europeo?
«L’Europa è wokista: riattiva il progetto giacobino di una trasformazione dell’uomo e dell’umanità. I giacobini della Rivoluzione francese avevano come progetto dichiarato quello di rigenerare l’uomo e l’umanità. Ora, quando si parla di rigenerazione, significa che si ritiene che il reale sia degenerato. L’Europa di Maastricht lavora alla distruzione del vecchio uomo del progetto umanista. Accompagna l’inumanesimo della nostra epoca, quando non è essa stessa a crearlo. L'UE è, a mio avviso, un sintomo del nichilismo europeo».
E come vede la Francia alla vigilia delle presidenziali? E che eredità ha lasciato il macronismo?
«Il macronismo è il nome assunto temporaneamente, per un decennio, dal giscardismo, dal mitterrandismo, dal chiraquismo, dal sarkozysmo, dall’hollandismo. È il nome della sinistra di destra e della destra di sinistra, che pretendono di costituire un "blocco centrale", se non addirittura il "centro", ma che realizzano variazioni sull’unico tema di ciò che io chiamo il nazional-europeismo, vale a dire la religione di un’Europa federale concepita come una nazione, con la propria moneta, la propria bandiera, il proprio inno, il proprio motto, i propri giudici che costituiscono la sua polizia, la sua banca, i suoi media di Stato, i servizi cosiddetti pubblici. Faranno di tutto per restare al potere. E quando dico tutto, intendo tutto... Stiamo entrando in una zona grigia di grande turbolenza e caos».
Come giudica gli allarmi di questi esponenti di fronte all’ascesa di movimenti di destra come l’AfD, il RN o Reform UK?
«Creano degli scontenti e poi sono scontenti dello scontento che hanno creato. È sempre colpa del popolo, mai di coloro che lo disprezzano».
Quale lezione per il futuro?
«Il peggio è certo, ma è altrettanto certo che il peggio possa non passare attraverso di noi; basta volerlo. È questo che si chiama resistere».