trasformismo

Il woke passa, Conte resta. È Giuseppi il vero caso a sinistra

Matteo Cassol

Altro che dibattito "lanciato" da Giuseppe Conte. Il woke era già sbarcato dall'America con Ocasio-Cortez, le sterzate pre-voto dei democratici, la "trappola" e il "basta woke", tutto sdoganato da Repubblica. Conte ha trovato la tavola apparecchiata e s'è messo comodo. La vera questione non è il politicamente corretto, che nel fluviale intervento del capo 5 Stelle occupava poche righe. Il caso è Conte: chi è, chi lo ispira, se pensa quel che scrive, se scrive quel che pensa, se scrive e pensa quel che firma. Il Corriere, con Monica Guerzoni, apre una filologia forense: "Non è farina del suo sacco", "di sicuro ha un ghostwriter", forse c'è "lo zampino di un ex comunista di rito berlingueriano", sentenzierebbero fonti parlamentari di centrosinistra. L'indiziato è Goffredo Bettini, padre nobile del Pd e amico di Conte. Dalla "sua Thailandia" si smarca – se fosse stato lui, naturalmente, lo avrebbe confessato – ma ammette "uno scambio di idee continuo" e certifica il rivale di Schlein: il suo "valore intellettuale, culturale e scientifico" sarebbe "molto più alto della maggior parte dei politici italiani". Su Repubblica lo accredita anche Giovanni Diamanti: "Ha parlato con autorevolezza".

 

  

 

Peccato che poi, sempre su Rep, entri Francesco Merlo. Alla domanda "ma cosa c'entra Conte con il woke?" risponde: "Niente". E parte la tosatura, pochette compresa: "Viene dal vaffa e dal trasformismo", il ripudio del woke è "una furbata con la coscienza scorretta", "un altro dei suoi dispetti al Pd: dice woke per dire Schlein", fino all'"opportunismo inaffidabile del filorusso Conte" e alla "falsa sinistra a 5 Stelle". Passano ventiquattr'ore e Concita De Gregorio perfeziona il trattamento del "putiniano Giuseppe Conte", cui del woke importerebbe "quanto dei progressi dell'edilizia sociale in Africa", salvo servirsene come "un utile randello" contro Elly Schlein. Cortesie per gli ospiti. Ma il punto non è l'incoerenza di Repubblica (pure l'attuale direttore Stefano Cappellini lo aveva impallinato a più riprese: "Conte l'adolescente", "il più trumpiano di tutti", fino a "Comprereste un'alleanza usata da Conte?" e "né pacifista né di sinistra"): è che sullo stesso giornale stanno in piedi due Conte opposti.

 

 

E allora Bettini – mentre la rivista che dirige, Rinascita, titola "Stay woke! Conte ha ragione" – torna sul Fatto col secondo bollino di garanzia: il ragionamento di Conte? "Pacato, integralmente politico". Il sospetto che non fosse farina del suo sacco? "Una menzogna paradossale", perché "pochi politici italiani hanno la forza accademica e scientifica, la cultura generale di Conte". Più Bettini vidima, più l'autenticità si fa sospetta. Bisogna accertare che Conte abbia scritto Conte, poi stabilire quale Conte leggere. Il testo è suo? Il sottotesto attribuito da giornali, alleati e avversari – assicura Bettini – no. A questo punto il woke può tornarsene in America. Resta Giuseppi, ormai genere letterario: premier con Salvini e poi col Pd contro Salvini, pupillo e poi liquidatore di Grillo, atlantista amico di Trump al governo e antiatlantista all'opposizione, avvocato del popolo estraneo alla sinistra e aspirante leader del campo progressista. Quale Conte, dunque? Quello autorevole di Diamanti, quello dell'"opportunismo inaffidabile" di Merlo, quello "putiniano" di De Gregorio, o il quasi Pico della Mirandola magnificato da Bettini? Chissà se almeno Giuseppi disponga di una risposta. Magari una che giunga senza transitare da un padre nobile del Pd via Sud-Est asiatico.