giuseppi bifronte

Conte anti woke scavalca Schlein a destra. Ma la sorpassa a sinistra sul pacifismo

Matteo Cassol

Giuseppe Conte ha scoperto i disastri quasi adolescenti del progressismo identitario. Anzi, li aveva già scoperti e non ce l’aveva detto. «Nel corso degli anni mi è capitato più volte di rimanere fortemente perplesso di fronte ad alcuni eccessi della cultura "woke"», scrive a Repubblica: convinzione tenuta al riparo finché la storia non l’ha resa benemerita. Dal 2018 all’altroieri, nel continente della parola contiana di quella perplessità non s’era avvertita traccia. Presidente con Salvini, poi contro Salvini, Conte ha attraversato governi, interviste, Dpcm, post e comizi senza far trasparire – a memoria o d’archivio – un sussurro contro i deliri del politicamente corretto. Dissenso monastico, custodito nel cuore. O ripiegato nel taschino.

Adesso Alexandria Ocasio-Cortez ha rilanciato l’idea che la prima stagione woke sia stata una follia e Repubblica prova a ricamarci un dibattito italiano: arriva Giuseppi, Aoc della Daunia, senza Bronx, Squad o militanza socialista, però con pochette di minoranza sartoriale. Ocasio-Cortez almeno era di quella parrocchia. Conte no: passava dal gialloverde con la Lega al giallorosso col Pd, realizzando sul proprio corpo politico l’identità fluida prima di pronomi e culture wars.

  

Parte severissimo, Giuseppi, all’assalto di cancel culture, conformismo, repressione della libertà d’opinione, ceti urbani istruiti che straparlano la neolingua inclusiva mentre i poveracci guardano attoniti: per qualche riga sembra un campione del libero pensiero con cinque annidi ritardo.

Ma dura poco. «Ovviamente la cultura woke non è stata solo questo». Eccoci. Veltroni può stare tranquillo: il «ma anche» ha un erede, il neoveltronismo giuridicamente assistito. Il woke è degenerazione ma anche conquista, religione autoreferenziale ma anche giustizia allargata, ha perduto il popolo però ci ha regalato una «più vigile attenzione sui dispositivi culturali».

A quel punto il woke ha dato il titolo e può sgusciare via. Entra Foucault, perché senza una «fisiologia del potere» pareva brutto. Poi Papa, finanziarizzazione, imprenditori, operai, classi medie, burocrazia, energia, tasse, Big Tech, salute mentale dei figli, capitalismo della sorveglianza, riarmo, deterrenza, produttività, rendite, casa, sanità, scuola. Non è la supercazzola schleiniana, il nulla detto a lungo: è un carrozzone programmatico rapsodico e lisergico, rovesciato sul lettore. Al dunque, la bussola ritrova casa: l’attacco alla destra. Lesi concede di aver denunciato certe storture, ma avrebbe sbagliato nel denunciarle «in blocco». Avevate ragione, però avevate torto ad avere ragione prima di noi. Si può perdere un decennio, purché si rivendichi la superiorità morale della rettifica.

E Schlein? Conte l’aveva già superata dal lato mancino sul pacifismo, usando l’Ucraina come attrezzo ginnico per lo stretching della coalizione. Ora la sorpassa sul terreno d’elezione della segretaria democratica, il progressismo d’importazione, sul giornale amico. Elly, già volontaria per Obama, riesce così a farsi precedere persino nella rincorsa al modello americano da un professore pugliese giunto al governo con Salvini.

Resta una carta. Ocasio-Cortez ha trasformato persino il congelamento degli ovociti in racconto pubblico sui social. Almeno in quell’adattamento nazionale Schlein potrebbe arrivare prima? Sottovalutare Giuseppi sarebbe imprudente. Potrebbe precederla anche lì, con la crioconservazione dei gameti, consegnando all’eternità il patrimonio genetico contiano, magari come seme di cittadinanza da distribuire alle bimbe e ai bimbi di Conte orfani del reddito pentastellato? «Tocca a noi», conclude. Noi chi? Il Movimento? Il campo largo? Plurale maiestatis, forse. Avvocato del popolo e baluardo sedicente progressista ma non di sinistra, prescelto di Grillo e liquidatore di Beppe, atlantista trumpiano di governo e pacifista antitrumpiano d’opposizione, nelle metamorfosi contiane una sola istituzione repubblicana non conosce crisi: Giuseppi I, Giuseppi II, Giuseppi per sempre. Ma anche no.