l'analisi di crespi
Sondaggi, campo largo in vantaggio? È solo un’allucinazione estiva
Ho la sensazione di gridare in un deserto. Non perché manchino le voci. Al contrario: sono troppe. Commentatori, sondaggisti, professionisti dell’indignazione ripetono ogni giorno la stessa rappresentazione, finché diventa una realtà indiscutibile. Il campo largo sarebbe davanti. Il centrodestra in declino.
Giorgia Meloni assediata. Vannacci pronto alla spallata decisiva. Siamo sicuri che questa fotografia sia il Paese reale? La Supermedia del 23 luglio dà il campo largo al 44 per cento e il centrodestra al 41,8. Ma gli stessi estensori ammettono che dopo metà luglio i dati diventano fragili. Un dato fragile può alimentare il titolo del giorno.
Molto meno la realtà. Il problema è il racconto che ci si costruisce intorno. Una variazione minima diventa un terremoto. Una somma aritmetica diventa una coalizione. Merton la chiamava profezia che si autoavvera: una previsione che, creduta vera, produce i comportamenti che la rendono reale. È il primo inganno del Matrix: confondere la rappresentazione con la realtà.
IL CAMPO LARGO CHE NON C'È
Il campo largo oggi è soprattutto un’operazione aritmetica. Si sommano Pd, M5S, Avs, Ive il resto, e si presenta il totale come se fosse già una coalizione. Ma una coalizione non è una somma. È una leadership, un programma. Chi guiderebbe il governo? Schlein vuole Palazzo Chigi. Conte pure. Renzi è utile nei numeri e indigesto a mezzo Movimento 5 Stelle. Fratoianni e Bonelli hanno posizioni difficilmente conciliabili con quelle dei centristi su energia, giustizia, lavoro, politica estera. E l’aritmetica, guarda caso, è pure fragile: il campo largo è al 44 con dentro Italia Viva al 2,5. Toglietela e scende al 41,5. Il centrodestra torna davanti. Tre decimali bastano a smontare la narrazione. Renzi sta dentro il foglio Excel per far vincere la somma, e fuori dalla coalizione per non farla esplodere. Non sono sfumature. Sono idee diverse: sull’Ucraina, sul nucleare, sui termovalorizzatori, sulle grandi opere, sulla giustizia.
IL GRANDE RIMOSSO: DI BATTISTA
Vannacci viene misurato e amplificato da mesi, prima ancora che il suo progetto esistesse. Di Battista può togliere voti a Conte, intercettare l’astensione, mettere in crisi il campo largo. Eppure non compare nei sondaggi e viene trattato con una prudenza singolare. Perché? Basta aspettare e capiremo.
L'IPNOSI VANNACCI
Il caso Vannacci è un caso di scuola. È diventato importante non perché milioni di persone lo cercassero, ma perché il sistema mediatico ha deciso che dovessero conoscerlo. Debord scriveva che nello spettacolo il vero è un momento del falso. Il peso pubblico di un evento dipende spesso dalla quantità della sua rappresentazione, non dal suo riscontro reale. Il vero algoritmo non è tecnologico. È psicologico. L’indignazione è diventata una valuta.
L’ERRORE DEL CENTRODESTRA
La responsabilità però non è solo dei media. Il centrodestra insegue Vannacci sul terreno che Vannacci ha scelto. Lo commenta, lo teme, lo misura, e gli regala una centralità che da solo non avrebbe. Berlusconi avrebbe usato una parola sola: traditore. Poi sarebbe passato oltre. È la stessa profezia autoavverante: temere un fenomeno fino a renderlo decisivo. Ma quanti elettori di destra sceglierebbero consapevolmente un voto che consegna il governo a Schlein, Conte, Fratoianni e Bonelli? Questa è la domanda vera. L’elettore protesta nei sondaggi. Davanti alla scheda, sceglie le conseguenze reali del proprio gesto. È lì che la bolla mediatica incontra il principio di realtà.
GOVERNARE NON BASTA
Il centrodestra ha però un problema autentico: il deficit di narrazione. Ha una leadership forte, ma non ha costruito un racconto organico dei suoi anni di governo. Comunicare bene non è narrare bene: la comunicazione reagisce al fatto del giorno, la narrazione collega i fatti e indica una direzione. Questi anni sono stati attraversati da guerre, crisi internazionali, tensioni energetiche. L’Italia ha tenuto più di quanto molti prevedessero. Eppure il governo continua a raccontarsi spesso con il tono dell’opposizione: denuncia, replica, contrattacca. Comprensibile, visto che Meloni e gran parte della sua classe dirigente si sono formati in decenni di opposizione. Ma chi governa deve fare un passo in più: non basta indicare chi ostacola il cammino, bisogna mostrare la destinazione.
La politica italiana vive dentro una realtà aumentata: una coalizione senza leader né programma viene raccontata come maggioranza pronta a governare, un movimento personale come valanga prima ancora che gli elettori decidano di seguirlo. Romperlo non significa negare i problemi o contestarei sondaggi sgraditi. Significa distinguere i fatti dalle interpretazioni, le alleanze dalle addizioni, la visibilità dal consenso. La mia non è una speranza né una dichiarazione di appartenenza. È una previsione fondata sul comportamento elettorale. Nel rumore estivo tutto sembra già scritto. Male elezioni non si svolgeranno nel silenzio della cabina elettorale. Ed è lì che, quasi sempre, il Paese reale si risveglia.