intervista ad aldo torchiaro

Lo "stalking" di Ranucci e Lavitola: "Reagirono come fossero impazziti"

Aldo Rosati

Aldo Torchiaro è la firma di punta del quotidiano Il Riformista. Fu lui nel 2023 a documentare per la prima volta le relazioni pericolose di Sigfrido Ranucci, attovagliato in compagnia di Valter Lavitola. 
Come venne a sapere della cena tra i due e altri commensali?
«Abitavo dietro l’angolo del ristorante di Valter Lavitola e sapevo dell’assidua frequentazione di Sigfrido Ranucci. Lo avevo visto entrare più volte, nel tempo. Una volta, il 24 aprile 2021, entrai e chiesi a Ranucci se la trappola dell’Autogrill fosse stata fatta contro Matteo Renzi o contro Marco Mancini. Naturalmente, non rispose». 
Quante volte l’ha visto entrare?
«Molte. È lo stesso Ranucci a dirlo: ’Almeno due volte al mese cenavamo insieme, ha detto, dal 2019’. In sei anni, due volte al mese fanno 144 cene. Una routine sistematica e quasi professionale: difficile sostenere che parlassero sempre dei problemi di autismo del figlio di Lavitola, come ha detto Ranucci. No?». 
Un diversivo, allora. 
«Per sviare, lanciando un fumogeno che distrae l’opinione pubblica. Pratica odiosa, soprattutto quando ricorre a minori da usare come scudi umani per tutelarsi. Mettere in piazza la vulnerabilità del figlio di un soggetto terzo sarebbe perfino vietato dalla Carta di Treviso, per i giornalisti, a voler invocare la correttezza e la deontologia professionale». 
Torniamo alla fatidica foto. Come nacque?
«Ero anche io a cena da Lavitola, con la mia famiglia, nel dehor antistante la vetrata sul salone interno. Riconobbi Ranucci, sempre in compagnia della donna bionda con cui l’avevo visto altre volte, vidi Lavitola che lo cingeva con un braccio, riconobbi Don Gianni Fusco, lo ricollegai alle puntate di Report sul Vaticano, sul caso Becciu. Vidi anche che c’erano due agenti di scorta che mangiavano proprio al tavolo dietro di me. Tenevano d’occhio la situazione, ma io dovevo documentare quella tavolata con foto e video». 
E come fece?
«Simulai di aver ricevuto una telefonata. Alzai perfino la voce con il finto chiamante, scusandomi con i miei commensali. Sempre fingendo di parlare al telefono mi allontanai e raggiunsi una angolazione da dove, presente un’altra vetrata trasparente, riuscii a realizzare foto e video senza essere notato dalla scorta. Per qualche minuto continuai a fingere di tenere una conversazione, con gli auricolari messi mentre scattavo». 
Poi cosa successe?
«Era il 23 maggio 2023, pubblicammo le foto sul Riformista con un articolo che le raccontava. Lavitola e Ranucci reagirono subito: erano come impazziti, il primo prese a scrivermi messaggi, il secondo tempestò di chiamate, ben 22, l’allora direttore Matteo Renzi. Il tono era allarmato, perfino perentorio: ’Stop’, mi scrisse il faccendiere. Non gradivano che quell’innocente amicizia venisse disvelata al pubblico, viene da chiedersi perché. Lavitola mi disse che stavo facendo una ’vigliaccata da miserabile’ per ragioni che non voglio menzionare». 
Ranucci dice che la loro amicizia era nota.
«Lo dice oggi. Ai tempi invece negò, parlò dell’esigenza di consultare una fonte. Disse che mostrando quella foto si danneggiava il lavoro di inchiesta di Report. Alternò tenori diversi, parlando con Renzi, poi sbottò: Torchiaro è uno scemo, gli disse. Renzi capì benissimo di aver fatto bingo, c’era sotto qualcosa».
Cosa?
«Evidentemente dietro al fitto rapporto tra i due sembrano esserci state delle intese. Un patto. È plausibile che una ’agenda Lavitola’ sia stata quantomeno rappresentata. Ma non saremo noi garantisti a saltare a conclusioni. Dico che 144 incontri, per tacere di quelli tenutisi a Campo Ascolano, sono tanti. E poi è strano che stavolta Ranucci non chieda di andare fino in fondo con la velocità e il pugno duro che ha sempre preteso per le indagini giudiziarie seguite dalle sue inchieste. Ed è quantomeno opportuno che la Rai provveda a passare il testimone della conduzione di Report: all’inizio c’era Milena Gabanelli, nel proseguimento ci sarà un altro giornalista. La Rai ne ha tanti, molto bravi. Lunga vita a Report, nel nome della trasparenza».
Chi è infine Sigfrido Ranucci?
«Un Savonarola dell’Agro Pontino. Un populista che ha battuto sulla grancassa mediatico-giudiziaria con dinamiche su cui ora potrebbe squarciarsi un velo. Qualcuno ha influenzato o eterodiretto il focus di alcune inchieste di Report? È l’ipotesi investigativa affidata ai pm Carlo Villani e Edoardo De Santis».