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Campo largo diviso su tutto. Leader, nome e “piazze”: il calvario della sinistra
La crisi d’identità è ormai conclamata. Le domande si rincorrono senza trovare risposta: chi siamo? Dove andiamo? Come ci chiamiamo? E soprattutto, chi è il nostro leader? L’impressione è quella di assistere a una versione dal vivo di Uno, nessuno e centomila: ognuno offre una definizione diversa, nessuna convince davvero gli altri e, alla fine, le identità si moltiplicano invece di chiarirsi. Il bollettino della giornata racconta di un campo largo ancora in cerca di sé, sospeso tra dubbi esistenziali e il tentativo di darsi un profilo riconoscibile. Un dibattito acceso, a tratti esilarante. La meta può anche aspettare: prima bisogna capire chi guiderà la carrozza e chi, invece, avrà almeno uno strapuntino in terza classe. È dell’altro giorno la disputa sul nome: Giuseppe Conte propone «Alleanza per la Costituzione e la democrazia», e Angelo Bonelli storce la bocca, meglio «alleanza per la pace e per l’ambiente». Già pronto l’acronimo: Apa. Morale: il dibattito resta nel pantano, anche quello rinviato a tempi migliori.
Poi c’è il caso da manuale: i leader, con tanto di foto in trattoria, lanciano gli appuntamenti dell’8 e 15 luglio. Il primo che si terrà a Napoli mercoledì prossimo non è ancora stato organizzato. Il Nazareno aveva proposto una sala, il M5S ha subito rilanciato, serve una piazza. Anche in questo caso il dibattito non si è risolto, il sindaco Gaetano Manfredi sceglierà il luogo adatto, con un occhio alle temperature (per evitare un’insolazione ai partecipanti). Alla fine potrebbe essere la Stazione marittima, ma insomma che fatica. L’altro dubbio amletico riguarda Matteo Renzi. Cosa facciamo con il leader di Italia Viva? Lo teniamo fuori come in Liguria? O gli diamo il biglietto per entrare ma lo accomodiamo in disparte? Lui, l’ex rottamatore, intanto ha già occupato la tolda di comando: della serie l’avvocato di Volturara Appula dica un po’ quello che gli pare, io faccio come a casa mia. «Se il programma dell’alternativa è quello della sinistra-sinistra, magari sulla linea Fiom-Fatto Quotidiano, è evidente che la Meloni si prende prima Palazzo Chigi e poi il Quirinale», ha scritto ieri sulla sua tradizionale enews. Poi l’ex sindaco di Firenze mette le cose in chiaro: «Non prenderò in nessun modo i voti del PD o dei Cinque Stelle o di AVS. Mai! Il sistema è proporzionale: io tornerò in Parlamento se IV – Casa Riformista avrà i voti sufficienti». Tradotto: «Non sarò nel listino di maggioranza». Poi in un forum con l’Adnkronos: «La vera questione è che il centrosinistra su 3-4 temi deve stare unito, poi sul resto ognuno faccia quello che vuole, faccia le discussioni che vuole».
Un "vaste programme" per una coalizione che non ha ancora deciso come scegliere il proprio leader. Se alla fine il pendolo si fermerà sulla casella delle primarie, il mattatore di Palazzo Madama potrebbe persino candidarsi al primo turno in alternativa a Elly Schlein e a Giuseppe Conte. Al momento è solo una possibilità, evocata dagli alleati. Lui ha sempre messo in primo piano, un sindaco: «Ai gazebo mi piacerebbe candidare un amministratore per Casa Riformista». L’obiettivo del senatore di Firenze è comunque raggiunto: mettere il pentastellato di fronte al fatto compiuto, Italia Viva è dentro la coalizione. Se il campo largo è ancora profondamente diviso, su un punto almeno c’è piena sintonia: la campagna elettorale sarà tutta contro Giorgia Meloni. Una colonna sonora d’altri tempi: la deriva autoritaria è alle porte, salviamo la democrazia. Se la sinistra arranca in cerca di un’identità, almeno una certezza ce l’ha: il jukebox suona sempre El pueblo unido.