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Sondaggi, Crespi: FdI ancora primo partito e Fn non supera la Lega
I sondaggi di questa settimana sono due: Tecnè e SWG. A una lettura distratta sembrano raccontare lo stesso Paese. Le differenze tra i partiti sono minime, quasi impercettibili. Eppure basta spostare lo sguardo dai singoli numeri ai totali per accorgersi che le conclusioni sono opposte. Swg continua a leggere una competizione nella quale il Campo Largo rimane pienamente in partita. Tecnè, al contrario, fotografa un vantaggio più netto della coalizione di governo.
Sono due interpretazioni della stessa realtà. E questa è già una lezione di comunicazione. Perché oggi il modo in cui si raccontano i fatti conta quasi quanto i fatti stessi.
Anche il dato su Roberto Vannacci merita una riflessione. Per giorni il racconto dominante sembrava quello di un sorpasso ormai inevitabile sulla Lega. SWG, invece, quel sorpasso lo smentisce, sia pure di misura. Statisticamente cambia poco. Politicamente cambia molto.
Perché conferma una convinzione che continuo ad avere. Non sono tra quelli che credono a un’ascesa inarrestabile di Roberto Vannacci. La sua è una comunicazione identitaria, capace di mobilitare e di polarizzare. Ma proprio per questo incontra maggiori difficoltà quando deve allargare il consenso oltre il recinto dei già convinti. Otterrà probabilmente un risultato importante. Ma moltiplicare è molto più difficile che dividere. Costruire una maggioranza è infinitamente più complicato che accendere una tifoseria. Per questo continuo a ritenere improbabile che possa essere lui la causa della sconfitta del centrodestra.
L’altro dato interessante arriva da Demopolis, che con estremo tempismo misura la fiducia in Giorgia Meloni all’indomani del duro e rumoroso botta e risposta con Donald Trump.
Quello scontro ha rafforzato la percezione di una leadership capace di sostenere un confronto durissimo senza arretrare, invertendo un trend negativo che proseguiva da qualche tempo.
La politica spesso interpreta gli eventi attraverso il filtro delle convenienze. I cittadini, molto più semplicemente, giudicano il carattere, la credibilità e la capacità di reggere la pressione.
La comunicazione politica contemporanea e un po’ tossica è caduta in una trappola. Si comunica per smascherare l’avversario, non per convincere il cittadino. Ogni giornata politica è diventata una caccia. Alla frase sbagliata, al video estrapolato, alla contraddizione da trasformare in scandalo. Poco importa se sia decisiva o irrilevante. Conta soltanto che possa alimentare il ciclo dell’indignazione.
La politica smette di proporre una visione e diventa una cronaca quotidiana dell’avversario. Ogni inciampo diventa una sentenza. Il risultato è un cortocircuito. Chi è già convinto applaude. Chi non lo è cambia canale. La propaganda contemporanea possiede una straordinaria capacità di consolidare chi è già dentro il recinto.
Ha invece una modestissima capacità di conquistare chi sta fuori. Parla ai tifosi seduti nell’arena, raccoglie applausi e condivisioni. Ma fuori dallo stadio la città continua la propria vita. E quella parte di Paese che dovrebbe essere conquistata smette semplicemente di ascoltare.
Questo meccanismo produce un effetto perverso. Sposta il baricentro della comunicazione dalla verità all’utilità. Un fatto non viene valutato per quello che è, ma per il vantaggio che può offrire alla propria parte. È il trionfo della convenienza sulla realtà. In questo clima il bene comune scompare. Rimane soltanto il bene della tribù.
Hannah Arendt, tra le più autorevoli studiose dei totalitarismi del Novecento, aveva colto il punto decisivo. Il problema della propaganda non è soltanto la menzogna.
È la progressiva distruzione della fiducia nei fatti. Quando ogni notizia viene percepita come un’arma, il cittadino non sa più a chi credere.
E quando nessuno è credibile, la democrazia perde il proprio terreno comune.
Molti interpretano l’astensionismo che colpisce la rappresentatività delle nostre istituzioni come indifferenza. Io credo che sia, sempre più spesso, una forma di autodifesa. Milioni di persone non si allontanano dalla politica perché non gli importa. Se ne allontanano perché hanno la sensazione che tutti parlino per demolire qualcuno e quasi nessuno per costruire qualcosa.
È un meccanismo che offre grandi soddisfazioni nel breve periodo. Ma consuma lentamente il capitale più prezioso della politica: la fiducia.
Senza fiducia non esiste consenso. Esiste soltanto mobilitazione.
Il consenso allarga. Il consenso convince. Il consenso costruisce una comunità. La mobilitazione chiude. La mobilitazione polarizza. La mobilitazione difende una tifoseria.
Una democrazia matura non ha bisogno di comunicatori che trasformino ogni giorno l’avversario in un mostro. Ha bisogno di donne e uomini capaci di rendere comprensibile la complessità senza tradirla.
Quando tutto diventa propaganda, l’ultimo a perdere non è il partito avversario. È la democrazia stessa.