chi combatte le idee
Il bollo morale richiesto agli editori. E la fiera diventa "Meno libri, più liberi"
La proposta di subordinare la presenza degli editori a Più Libri Più Liberi alla firma di una dichiarazione antifascista è l’ennesimo caso di un riflesso sempre più diffuso in parte del mondo culturale italiano: proclamarsi custodi della Costituzione per poi tradirla, usandola come un marchio di appartenenza e un criterio per stabilire chi possa stare nello spazio pubblico e chi no. L’articolo di riferimento della Carta è il 21 che dice: «Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero, con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione». Tutti, non soltanto i cittadini italiani. Qui i costituenti hanno usato una parola più ampia, perché la libertà di espressione appartiene alla persona prima che al membro riconosciuto della comunità politica. Il free speech è uno dei fondamenti della democrazia liberale.
Quel «tutti» vale soprattutto quando dà fastidio. Per le parole innocue e conformi non serve una garanzia costituzionale. La libertà di manifestare il pensiero serve invece proprio quando qualcuno dice cose sgradevoli o addirittura detestabili. Intendiamoci. Una democrazia ha il diritto di difendersi e il fascismo, in Italia, non è una nostalgia come un’altra. Non a caso, esistono la XII disposizione transitoria e finale della Costituzione, la legge Scelba e la legge Mancino. Il confine è già tracciato e riguarda le condotte incompatibili con l’ordine democratico. Chiedere un bollo morale a chi partecipa a una fiera del libro non rafforza quel confine. Lo sposta, dai comportamenti alle opinioni.
Qui torna utile la distinzione tra nemico e avversario. I regimi politici si riconoscono anche – e forse soprattutto – dal modo in cui definiscono i propri nemici. Nel totalitarismo il nemico è oggettivo. Non deve compiere un atto ostile, né manifestare opinioni sgradite, perché la colpa coincide con l’identità che l’ideologia gli assegna. L’ebreo per il nazismo e il kulako per il comunismo sovietico non sono persone accusate di un comportamento contro il potere. Sono categorie collocate fuori dalla comunità politica in nome di una verità assoluta. Non hanno modo di salvarsi neanche se non fanno o non dicono niente, perché sono condannate dalla loro identità.
Nel regime autoritario il nemico è potenziale. Può essere il giornale indipendente, il libro fastidioso, l’associazione non allineata o il professore che parla troppo liberamente. Il potere non aspetta il fatto perché teme già la possibilità – il potenziale – e interviene prima che il dissenso si organizzi. La censura si presenta così, come forma di prevenzione di qualsiasi voce dissonante.
La democrazia liberale segue il principio opposto. Non nega l’esistenza dei suoi nemici, ma li riconosce solo quando diventano reali, cioè quando passano dalle parole ai fatti. Lo sono coloro che organizzano violenza politica o lavorano concretamente per sovvertire le regole comuni. Finché siamo nel campo delle idee, anche di quelle moralmente sgradevoli, abbiamo avversari da contrastare, non soggetti da espellere prima che parlino. La forza della democrazia è proprio il pluralismo e la conseguente tutela del dissenso. Anche il più scomodo, purché non passi dalle parole ai fatti.
La proposta del patentino sposta l’editore sgradito nella categoria del nemico potenziale. Non gli contesta una condotta, gli chiede di dimostrare in anticipo di non appartenere alla zona morale sbagliata. È questo lo slittamento che dovrebbe inquietare soprattutto chi si definisce antifascista, perché riproduce una tecnica tipica dei poteri autoritari, che diffidano della libertà.
Anche Popper viene spesso trascinato in questa querelle. Si cita, male, il «paradosso della tolleranza» e se ne ricava l’idea che la società aperta debba chiudere preventivamente la porta agli intolleranti. Ma Popper non consegna ai democratici un diritto illimitato alla censura in nome del «Bene», anche perché il filosofo della società aperta è forse colui che più di tutti ha messo in guardia contro il «monopolio della Verità». Il problema non nasce quando l’intollerante ha opinioni antidemocratiche, ma quando rifiuta il confronto razionale e ricorre alla minaccia fisica o alla violenza. Finché una posizione resta nel campo delle opinioni, anche quando è falsa o ostile al senso comune democratico, va combattuta nello spazio pubblico. La democrazia liberale non nega l’esistenza dei suoi nemici, ma li riconosce quando il dissenso esce dalla pura opinione e assume la forma di una condotta eversiva o penalmente rilevante. Solo allora, per Popper, si può essere intolleranti con gli intolleranti.
C’è poi un effetto politico che i promotori di queste iniziative sembrano non vedere. Da tempo – Pasolini l’aveva intuito oltre 50 anni fa – l’antifascismo funziona sempre meno come valore repubblicano condiviso e sempre più come una parola d’ordine di parte. Rinsalda chi è già convinto, ma difficilmente persuade chi sta fuori dal perimetro. Anzi, spesso produce il risultato contrario, per cui chi non accetta questa appropriazione rituale della formula viene spinto simbolicamente dall’altra parte, anche quando non ha alcuna nostalgia del fascismo.
E questo è il carburante perfetto della polarizzazione affettiva, quella per cui l’avversario non è più qualcuno che la pensa diversamente da me. È qualcuno che, con le sue idee, rivelerebbe una difformità morale. E questa percezione lo fa scivolare nella categoria del nemico da censurare. A quel punto non si discute ciò che dice, si giudica il tipo umano cui si presume appartenga. Ogni richiesta di abiura preventiva conferma, però, le rispettive tribù nelle proprie convinzioni. Chi la promuove si sente più puro e chi la subisce si sente più perseguitato. E l’estremista, invece di essere isolato, trova riparo in una platea più larga, fatta anche di persone che semplicemente non accettano di farsi umiliare.
Una fiera del libro dovrebbe essere un luogo in cui questa fatica democratica viene presa più sul serio. Un editore discutibile si critica e si contesta apertamente. Se viola la legge, si applica la legge. Ma se il problema è che non piace, o che non offre sufficienti garanzie simboliche a chi si considera «proprietario» della Costituzione, allora siamo già fuori dalla difesa dello spazio pubblico. Siamo alla sua recinzione, di parte.
Per questo il caso di Più Libri Più Liberi è istruttivo. Mostra quanto sia facile tradire una libertà mentre si dichiara di volerla proteggere. Se una fiera del libro trasforma quel «tutti» dell’articolo 21 in «tutti quelli che dico io» in base a una dichiarazione preventiva di appartenenza morale, il suo nome finisce per rovesciarsi nel contrario: Meno libri, più liberi.