Fuga dal Pd
I dolori e le mosse di Casini guidano la «rivolta» del centro
Nel centro dem sono tempi difficili per chiunque, anche per un big del calibro di Pier Ferdinando Casini. La fuoriuscita del vicepresidente del Parlamento Europeo, Pina Picierno, e il possibile abbandono dell’ex sindaco di Bergamo, Giorgio Gori, anticipato su queste colonne, sono soltanto la goccia che fa traboccare un vaso già colmo da tempo. Ecco perché non bisogna essere sorpresi se un padre nobile dell’universo moderato, come l’ex presidente della Camera, possa sentirsi "di troppo" in un partito che si fa dettare la linea dalla Cgil e ipotizza nuove patrimoniali. Medesimo disagio, d’altronde, viene avvertito nel momento in cui l’interprete di una linea ultra-equilibrata in politica estera è costretto a tacere o peggio ad avallare mobilitazioni Pro Pal che poco hanno a vedere con la massima dei «due popoli, due Stati».
A preoccupare l’ex Dc, però, non c’è solo la svolta sempre più "rossa" del Nazareno o posizionamenti internazionali alquanto discutibili, ma una difficoltà concreta a riconfermargli un seggio nella sua amata Bologna. Qui c'è la fila verso i palazzi romani. Dal primo cittadino del capoluogo emiliano, Matteo Lepore, passando per il dirigente nazionale Gaspare Righi, fino al riferimento delle sardine, Mattia Santori, sono diversi, a quelle latitudini, che sognano il Parlamento. Diverse le opzioni per la segretaria, a maggior ragione se si tiene conto del ritrovato dialogo con l'ex rivale Bonaccini. Il rischio di restare fuori da quella partita è concreto per chiunque, anche per uno stimatissimo Casini. A tutto ciò, bisogna aggiungere la reticenza di Elly a concedere deroghe per chi ha superato il terzo mandato. E nel caso di Pier Ferdinando siamo addirittura all’undicesimo. Ragione per cui, se non ci si inventa qualcosa subito, il rischio di restare a casa è davvero dietro l’angolo, pure per chi, fino a qualche mesa fa, era la carta da giocare per il dopo Mattarella. Quella segretaria che ha detto di spendersi, a ogni costo, per il "rinnovamento", difficilmente si adopererà per catapultare in altri collegi profili che, pur avendo un curriculum indiscutibile, non hanno nulla a che vedere con la parola "discontinuità". La terra, quindi, trema sotto i piedi di chi non ha ancora neanche preso la tessera del Pd, a maggior ragione se in Europa si è più stimati nel Ppe che in quelle file socialiste di cui Schlein vorrebbe essere "prima donna".
Tutti rischi, comunque, prevedibili per chi ha presieduto l’Aula di Montecitorio e ha potuto avvalersi della stima e dell’amicizia di leader del calibro di Silvio Berlusconi o Romano Prodi. Proprio quest’ultimo, d’altronde, gli avrebbe consigliato di agire all’istante. Non è da escludere, pertanto, che sia proprio l’inventore dello slogan «io c’entro» a effettuare la prima mossa per animare una componente centrista nel centrosinistra che sia così consistente da impedire a Elly e alle sue guardie rosse di ignorarla o peggio ancora di escludere la possibilità di un’alleanza. Circola, infatti, l’ipotesi che Casini potrebbe "seguire" la sorte di alcune fuoriuscite o lui stesso realizzarne una. In quel caso, sarebbe un vero e proprio terremoto per Schlein. Gli ex ministri renziani Delrio e Guerini, nonché i vari onorevoli di minoranza a rischio riconferma, non vedono l’ora che qualcuno getti il sasso nello stagno. E se a muoversi è chi poteva scalare il Colle ciò potrebbe anche attirare l’attenzione di quel Renzi, ora diventato braccio moderato del Nazareno. Lo strano silenzio di Pier, infatti, preoccupa, e non poco, un campo largo che, dopo l’entusiasmo post-referendum, si troverebbe nella classica quiete prima della tempesta.