INTERVISTA

Giorgio Mulè: "Prima verificare, poi pubblicare. Minetti era la strega da bruciare"

Edoardo Romagnoli

«La morale di questa storia qual è? La morale è che ci troviamo a commentare l’omicidio del giornalismo investigativo. Si è consumato un delitto nei confronti del giornalismo di inchiesta e investigativo, perché si è usato, come dire, la nobile arte del giornalismo di inchiesta e le si è appiccicata addosso un vestito che era quello della falsità, facendo un torto alla verità, facendo un torto ai lettori e facendo un torto, soprattutto, al giornalismo e a quello che dovrebbe guidare le azioni di ogni uno».
Giorgio Mulè, deputato di FI e vicepresidente della Camera dei Deputati, non usa mezzi termini per celebrare il de profundis di un certo modo di fare giornalismo per commentare il parere del procuratore generale di Milano sul caso della grazia a Nicole Minetti.

Mulè come commenta il parere del procuratore generale di Milano Francesca Nanni che di fatto «smonta» il caso sollevato da Il Fatto Quotidiano sui presunti brogli di Nicole Minetti per ottenere la grazia?
«Tutto quello che è successo dovrebbe servire di lezione, dovrebbe impartire una lezione su che cosa è diventato oggi quello che viene definito giornalismo o, peggio, giornalismo di inchiesta rispetto al dovere di verità che si deve ai lettori o agli ascoltatori nel caso della Tv. Siamo di fronte a un lago di falsità che invece sono state contrabbandate come verità, presunte verità che, come dire, dovrebbero riportare questo modo di questo approccio di fare giornalismo a un bagno di umiltà».

Cioè?
«L’umiltà sarebbe quella di non mettere indiscrezioni o, peggio, quello che poi viene definito fango nel ventilatore, ma di fare una scrematura, quindi fare quello che un giornalista dovrebbe sempre fare, cioè verificare prima ciò che si ha in mano e poi eventualmente pubblicare».

Senta, secondo lei ha pesato il fatto che si trattava di Nicole Minetti?
«Sì, ma è ovvio. C’era la necessità di bruciare una strega e nessuno, meglio di lei, impersonificava questa strega. Si è avviato un processo di modello inquisitorio, ma nel senso di quello che era la Santa inquisizione. Si è messa al rogo la strega su perché veniva dal mondo berlusconiano, perché era quella de Bunga Bunga, perché poi non è vero che la strega potesse essersi redenta, non è vero che poteva aver fatto ciò che aveva fatto nei confronti di quel bambino. Non si è avuto alcuna delicatezza né rispetto e si è finito per coinvolgere in questo gioco al massacro della verità anche il Quirinale, che ritenendo ancora il giornalismo una cosa seria, si è fidato di ciò che in pompa magna veniva urlato da Il Fatto Quotidiano e da chi gli è andato dietro».

Come si può evitare che si possano ripetere casi simili?
«Quello che non può succedere è proibire a un uccellino di cantare. Il problema è chi lo imbecca e siamo sempre lì. Siccome non ci troviamo davanti a un giallo di Agatha Christie quando ci si trova a individuare chi all’interno di una procura o di un ufficio investigativo passa le carte, non c’è mai stata da una parte la volontà, dall’altra parte la maturità da parte degli uffici giudiziari di essere persone serie. Il che significa custodire quel segreto e fare in modo che ciò è scritto in Costituzione, ossia che la notizia di reato viene comunicata riservatamente alla persona destinataria, non venga violato. In realtà tutto ciò viene costantemente fatto e risiede nell’incapacità, colposità o dolosità di uffici giudiziari che usano quelle carte per fare politica».

  

Ci spieghi meglio.
«Se il direttore del Tempo domani pubblica una notizia falsa è chiamato a rispondere, mentre nessun procuratore della Repubblica è chiamato a rispondere delle fughe di notizie, bisogna che sia in capo ai responsabili degli uffici la responsabilità di ciò che esce dal suo ufficio».