le ragioni di un fallimento

Elezioni amministrative, i candidati di Allah e le contraddizioni dem

Angelo Jannone

Le recenti elezioni amministrative hanno aperto un dibattito politico e culturale molto più profondo di quanto appaia dai semplici risultati numerici. Il caso di Venezia, con le polemiche sulle candidature sostenute all’interno della comunità bengalese e islamica, è diventato il simbolo di una questione destinata a segnare sempre di più il confronto pubblico italiano: il rapporto tra integrazione, identità religiosa e rappresentanza politica.

A Venezia il tema è esploso apertamente. Volantini in lingua bengalese, candidati che si rivolgevano prevalentemente alla comunità islamica locale, con istruzioni sul voto, campagne incentrate anche sulla questione delle moschee e dell’identità religiosa. Una scelta che ha immediatamente alimentato polemiche e accuse di «comunitarismo politico».

  

È chiaro: nessuno vuole discutere sul diritto di cittadini musulmani o di origine straniera a candidarsi. Sarebbe antidemocratico. Il punto però è un altro. Molti osservatori si chiedono se sia corretto trasformare l’appartenenza religiosa o etnica in uno strumento di mobilitazione elettorale. Ed è qui che emerge la grande contraddizione della sinistra italiana.

Per anni il Partito Democratico e una parte del centrosinistra hanno condotto battaglie rigidissime in nome della laicità: polemiche contro il crocifisso nelle scuole, contro il presepe, contro i simboli della tradizione cristiana nello spazio pubblico. Ma improvvisamente quella rigidità sembra scomparire quando il riferimento religioso riguarda l’islam. Se un candidato italiano costruisse una campagna elettorale parlando quasi esclusivamente di identità cattolica, simboli cristiani e difesa delle chiese, verrebbe probabilmente accusato di integralismo o clericalismo. Quando invece il tema riguarda moschee, rappresentanza islamica o comunità religiose musulmane, una parte della sinistra sembra adottare criteri molto diversi.

E via, nel secchio della spazzatura, le battaglie femministe e per la parità di genere condotte per decenni. Nella spazzatura anche il valore sbandierato per anni della laicità dello Stato.
È questo doppio standard a sorprendere una parte crescente dell’opinione pubblica. Il problema, tuttavia, va ben oltre la polemica elettorale. Sullo sfondo esiste un dibattito molto più delicato e difficile, che riguarda l’integrazione delle seconde generazioni e il rischio di radicalizzazione identitaria.

Negli ultimi mesi alcuni episodi hanno profondamente colpito l’opinione pubblica italiana. A Modena il caso del giovane Salim, cittadino italiano di seconda generazione, ha acceso interrogativi inquietanti. Nonostante una imbarazzante coltre di silenzio delle testate giornalistiche che stizzano l’occhio ai partiti del campo largo le indagini cominciano a raccontarci uno svalvolato lucido che frequentava una moschea locale, salvo poi a chiedere la bibbia per un’abile strategia difensiva, vista l’esperienza in materia del suo avvocato, e si sarebbe informato online su attentati simili compiuti in Europa. Fatti che al più possono interrogarci sul rapporto tra disagio giovanile, radicalizzazione e propaganda estremista.

Per non parlare su quanto circola social. Giovani di seconda generazione che insultano apertamente il Paese in cui sono nati o cresciuti, urlando «Italia merda», ostentando disprezzo verso istituzioni, forze dell’ordine e simboli nazionali. Episodi spesso minimizzati o derubricati a semplice disagio sociale, ma che pongono interrogativi reali sul fallimento di alcuni modelli di integrazione.

Nessuna voglia di cadere in propagande di segno opposto. Ma sano realismo si. Ignorare il problema è altrettanto irresponsabile. In molte periferie europee il multiculturalismo ha prodotto effetti molto diversi da quelli immaginati dalle élite progressiste: comunità parallele, scuole separate di fatto, crescita dell’identità religiosa come fattore politico, tensioni culturali, radicalizzazioni minoritarie ma significative. E quando la politica incoraggia la rappresentanza comunitaria anziché l’integrazione individuale, il rischio è quello di accentuare ulteriormente queste divisioni. La vera integrazione non dovrebbe significare creare quote etniche o religiose nella politica locale. Dovrebbe invece significare l’esatto contrario: cittadini che partecipano alla vita pubblica non come rappresentanti di una comunità religiosa, ma come italiani.

Per questo il caso Venezia ha fatto tanto discutere ed è un esperimento fallito. Perché molti elettori hanno avuto la sensazione che una parte della sinistra stesse inseguendo il consenso, a qualunque costo, attraverso logiche identitarie e confessionali incompatibili con quella stessa idea di laicità che rivendica in altri contesti. E forse il dato politico più significativo è proprio questo: le candidature identitarie non sembrano aver prodotto il consenso sperato. Segno che, forse, anche molti degli stessi cittadini di origine straniera preferiscono essere considerati semplicemente cittadini, non membri permanenti di una comunità separata e ghettizzata. L’Italia dovrà affrontare nei prossimi anni una sfida enorme: integrare milioni di persone senza rinunciare ai propri valori fondamentali. Ma questo obiettivo richiede chiarezza culturale, non ambiguità ideologiche. Richiede regole comuni, rispetto reciproco, adesione ai principi democratici e rifiuto di ogni estremismo, religioso o politico. Perché una società tiene insieme differenze e libertà solo se esiste un nucleo condiviso di identità civica. Quando invece la politica comincia a dividere i cittadini in comunità religiose, etniche o culturali da rappresentare separatamente, il rischio non è l’inclusione. È la frammentazione. E alimentare l’odio.