strage di modena

Strage di Modena, un lupo solitario che ha agito per emulazione: manca il movente

Francesca Musacchio

Nessun segno di radicalizzazione nei device, non frequentava la moschea e ha avuto problemi psichiatrici. Il profilo di Salim El Koudri, il 31enne marocchino con cittadinanza italiana, che sabato pomeriggio a Modena si è lanciato sui pedoni con la sua auto ferendone 7, di cui quattro in modo grave, coincide tragicamente con il profilo del lupo solitario. Soprattutto per le modalità scelte per compire l’azione, al netto della motivazione, che richiamano quelle tipiche degli attacchi terroristici di matrice jihadista che hanno insanguinato l’Europa e non solo. Anche le cause che avrebbero portato alla chiusura del suo profilo Facebook da parte di Meta, non sarebbero riconducibili alla presenza di contenuti jihadisti, quanto piuttosto a violazioni della policy aziendale e post con riferimenti sessuali. Tra il 2022 e il 2024, problemi legati alla schizofrenia lo avrebbero portato nei centri di salute mentale. 
L’emulazione, dunque, al momento sembra l’unico elemento che lo accosterebbe al terrorismo che negli anni ha saputo offrire uno schema da riproporre a soggetti fragili e con la necessità di sfogare rabbia e frustrazione. In una nota la Procura spiega che le ipotesi di reato sono connesse al fatto che sono chiare ed evidenti le precise volontà di porre in pericolo l'incolumità pubblica e non solo la vita delle singole persone offese, in una via del centro cittadino e in un ambito spazio-temporale privo di soluzione di continuità. 
«L'orario scelto era di massima presenza per cittadini, avventori di esercizi commerciali e pertanto colpiti in maniera indiscriminata, indeterminata e deliberata» dal giovane di origine marocchina. Sono in corso indagini, si aggiunge, per «individuare il movente della condotta». Gli inquirenti, dunque, riconoscono una premeditazione che giustifica l’accusa di strage. L’uso dell’auto e a seguire del coltello, pare non lascino dubbi sulla volontarietà del gesto che doveva continuare anche dopo lo schianto sulla folla con la vettura. La lama usata dal 31enne è un coltello da cucina di circa 22 centimetri recuperata dagli investigatori. Ma mancherebbe il movente che, nelle prime parole attribuite a El Koudri, sarebbe legato alle sue difficoltà relazionali. 
«Sono stato bullizzato. Vivo in un paese di razzisti», avrebbe detto. Ma su quella frase resta un vuoto: non è chiaro quando sia stata pronunciata, davanti a chi, in quale contesto e con quale grado di lucidità. Non è un dettaglio secondario, perché da quelle parole potrebbe passare una parte della ricostruzione del movente. Durante l’interrogatorio che si è svolto sabato sera, Salim si è avvalso della facoltà di non rispondere. Circostanza confermata da fonti de Il Tempo. La convalida del fermo potrebbe tenersi oggi, mentre resta da capire se il riferimento al bullismo sia un frammento emerso nell’immediatezza dei fatti, una frase raccolta dopo il blocco o un elemento riferito da altri. Forse c’entra la provenienza della famiglia, forse la difficoltà di sentirsi accettato. Per ora resta una traccia isolata. E una traccia isolata, da sola, non basta a spiegare una corsa contro la folla. 
E allora ritorna l’immagine del lupo solitario, difficile da individuare a causa della sua apparenza ordinaria. L’incubo di tutte le intelligence occidentali. Secondo specifiche istruzioni, retaggio del defunto al-Baghadi, non lascia tracce, non frequenta moschee, conduce una vita apparentemente normale ma cova odio e rabbia. E usa le tecniche di attacco del terrorismo per sfogare i sentimenti più cupi del suo animo. Non è necessario entrare in relazione con un indottrinatore e neanche usare la rete per cercare contenuti jihadisti da fare propri. Spesso non serve nemmeno aderire ad un gruppo, ad una ideologia o fare un giuramento o una professione di fede. Basta seguire i meandri più oscuri della mente ed essere capaci di emulare e compiere un attentato. E se l’uso del web aiuta l’Antiterrorismo ad individuare profili a rischio, quello del lupo solitario che sfugge ad ogni controllo, rimane la sfida più grande per tutte le intelligence. 
Gli inghimasi, ad esempio, rappresentano una delle forme più insidiose di questa grammatica dell’attacco. Non sono semplici kamikaze: entrano in azione per restare vivi il più a lungo possibile, colpire con armi leggere, coltelli o granate, prendere ostaggi, consumare le munizioni o utilizzare i materiali a disposizione e solo alla fine, se muniti, azionare l’esplosivo. La morte non è il primo gesto, ma l’ultimo. È la differenza che ha segnato il Bataclan, dove gli assalitori spararono sugli ostaggi prima di farsi esplodere. Quel modello, passato dalla brigata Katibat al-Battar tra Siria, Libia, Nord Africa ed Europa, ha abbassato la soglia operativa: non serve costruire un ordigno complesso, basta un’auto, una lama, una folla. Anche senza appartenenza formale, lo schema resta disponibile. Ed è questo il margine cieco: quando la tecnica del terrorismo sopravvive all’ideologia e può essere imitata da chi non lascia tracce prima di colpire. Anche l’eventuale uso di sostanze da parte di El Koudri o i precedenti psichiatrici restano elementi da accertare. Non cancellano però il reato né, da soli, spiegano il gesto. 
Saranno gli esami a stabilire se abbiano inciso sulla lucidità. Mentre agli inquirenti resta il compito di ricostruire volontà, preparazione e movente.