il partito cinese
Italia alla pechinese, chi tifa per la Cina. Capezzone: la lunga storia di inchini e affari con il regime
Almeno tre ex primi ministri (Prodi, D’Alema, Conte) e almeno tre giornali (Corsera, Stampa, Repubblica) schierati come un sol uomo. L’entusiasmo per Pechino pare proprio irrefrenabile: in termini “congiunturali”, rispetto al prossimo incontro tra Donald Trump e il dittatore Xi Jinping, e in termini “sistemici”, con chiamiamolo così- un sempre più potente “partito cinese”, cioè una rete di interessi, di personalità, di analisti, che, nel grande scontro tra Occidente e Pechino, hanno il cuore che batte forte per il Dragone.
Al punto da non vedere - accanto agli indubbi punti di forza - anche le debolezze del regime cinese: un’economia più debole del previsto e in buona misura dipendente dall’Occidente; un’elevata disoccupazione tra i giovani e nelle aree rurali; la profonda crisi dei governi territoriali; l’altissimo indebitamento; un welfare non solo inadeguato ma su livelli “africani”. Non basta: il modello economico cinese dipende molto dall’export, con livelli di produzione che non possono essere assorbiti da una domanda interna resa sempre più stentata dal quadro che abbiamo descritto. Eppure tutto questo sui nostri media non viene mai evidenziato: si preferisce il peana.
Retrocedendo di qualche anno, fa impressione ricordare l’accoglienza trionfale riservata al tiranno cinese Xi a Davos nel 2017, con l’establishment progressista internazionale in prima fila a spellarsi le mani, a farsi vedere, a farsi intervistare nei giorni successivi, per lasciare a verbale il proprio applauso al leader cinese come alternativa allo sgradito Donald Trump.
Inutile girarci intorno. Su questa capitolazione ideale ed etica, non solo politica ed economica, hanno inciso due fattori: per un verso, l’operazione acquisitiva (di co se e forse anche di persone) messa in atto da Pechino; per altro verso, un cedimento culturale che viene da lontano.
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Sta di fatto che, verso la Cina, il mainstream intellettuale è largamente impegnato – con l’alibi dell’ostilità verso Trump – in clamorose operazioni di mistificazione e travisamento della realtà, per respingere ogni obiezione sensata. Capitalismo autoritario?
Mercato senza libertà? Ma è un esperimento innovativo, può esserci un mercato efficiente senza le “lentezze” delle nostre democrazie, ci si risponde. Coercizione e privazione della libertà di un miliardo e mezzo di esseri umani? Ma non è facile sfamare una simile massa umana, ci si obietta.
Repressione dei dissidenti politici e delle minoranze religiose?
Ma bisogna comprendere le specificità e confidare nell’evoluzione storica, abbracciare e non isolare Pechino, ci si ammonisce, percorrendo tutti i gradini dell’ipocrisia e della negazione della realtà.
A fine 2018, il «Corriere della Sera» e il suo supplemento economico insignirono Xi Jinping del titolo di personaggio dell’anno con questa motivazione celebrativa: «Non c’è nessuno al governo in Occidente che si sia battuto bene come lui per rafforzare il proprio paese senza confondere l’interesse nazionale con il proprio di breve respiro e che abbia al tempo stesso cercato di presentare la propria nazione come portatrice di valori». Non occorrono molti commenti.
La realtà è che tanti in Ue – qualcuno consapevolmente, qualcun altro no: e non saprei dire quale ipotesi sia peggiore – si sono resi disponibili come “cavallo di Troia”, come strumento di una penetrazione cinese nel cuore dell’Occidente. Adesso il rischio è chiaro a tutti. Ma il terreno si preparava da anni.
Voglio ricordare un episodio dell’estate del 2014, quando, del tutto all’improvviso, si materializzò l’accordo tra Cdp Reti (quindi entrarono in gioco le reti energetiche italiane) e il gigante cinese China State Grid, che ne rilevò il 35%. Ammetto che almeno l’Italia mantenne la quota di controllo. Ma restano domande pesanti come macigni. Perché fu scelto proprio quel partner, anche geopoliticamente così discutibile? E soprattutto perché non se ne discusse adeguatamente? È surreale che in Italia si discuta, nella politica e sui media, su quisquilie, mentre su una vicenda così grave e importante ci fu un silenzio quasi tombale. Anche perché – giova ricordarlo – vendere allo stato cinese è esattamente il contrario di una privatizzazione. Sta di fatto che, a meno di miei errori e omissioni, dei quali eventualmente mi scuso, all’epoca un solo parlamentare in carica interrogò il governo (per inciso, quel parlamentare – allora – ero io, e nessuno rispose a quell’interrogazione).
Il resto è cronaca: dal green deal alle porte che Bruxelles sta già spalancando a Pechino e alla sua penetrazione. Sarà il caso di occuparcene, prima che sia troppo tardi.