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Tangenti & mascherine, parla Buonguerrieri: “Conte si dimetta e si faccia audire”

Dario Martini

Audizioni infuocate in commissione d’inchiesta e dibattiti senza esclusione di colpi nell’aula del parlamento. Gli anni della pandemia e la gestione politica di quella emergenza sono tornati prepotentemente di attualità. Ne parliamo con Alice Buonguerrieri, capogruppo di FdI in commissione Covid.

Onorevole, sono tre gli imprenditori che nelle ultime settimane hanno raccontato di un avvocato, Luca Di Donna, collega dello studio Alpa di cui faceva parte anche l’allora presidente del Consiglio Giuseppe Conte, che sarebbe stato intento a procacciare affari richiedendo percentuali a proprio favore sull’importazione di mascherine durante il Covid. Che attendibilità hanno questi racconti?
«Si tratta di dichiarazioni rese sotto giuramento da più imprenditori circostanziate e coincidenti. Esistono, dunque, più elementi che le rendono assolutamente attendibili. Tutti e tre hanno riferito di essere venuti a contatto con l’avvocato Luca Di Donna, collega di studio dell’allora premier in carica Conte e che lo stesso leader 5 stelle aveva qualificato come persona a lui vicina, anche se ora - chissà perché - ne prende le distanze. Di Donna, spendendo il nome di Conte, si sarebbe proposto di aiutarli a risolvere problemi e procacciare nuovi affari con l’amministrazione dello Stato, chiedendo per la sua intermediazione una commissione mascherata come contratto di consulenza».

  

Quale ruolo avevano questi «mediatori» durante la pandemia? Millantavano o avevano realmente agganci con la struttura commissariale e con il governo?
«Gli imprenditori Buini e Bianchi hanno raccontato entrambi che almeno una volta l’incontro con Di Donna è avvenuto nello studio del prof. Alpa, mentore di Giuseppe Conte, ove lui stesso ha lavorato. Si tratta di un segnale che il legame con l’allora presidente del Consiglio fosse concreto. Sono intercorsi diversi contatti in quel periodo con fra gli avvocati coinvolti e la struttura commissariale. C’è poi un altro aspetto, emerso durante le audizioni di Giovanni Buini e Dario Bianchi, che trovo particolarmente inquietante: a fronte della loro indisponibilità a procedere a quanto richiesto da Di Donna, avrebbero subito una serie di sospette ritorsioni nelle loro aziende».

Qualcuno dice che la parola "commissioni" per le mascherine equivale a "tangenti". È questo il caso?
«Uno di questi imprenditori ci ha riferito di essersi tirato indietro proprio per timore di commettere un reato. Detto ciò la Procura di Roma ha archiviato il procedimento penale aperto per tali vicende. Può mancare la prova penale per sostenere un capo di imputazione e condurre ad una condanna, ma i fatti restano, le richieste abnormi, ingiustificate e coperte da contratti di consulenza inesistenti restano e sono particolarmente gravi. La commissione d'inchiesta continuerà a indagare perché è doveroso sapere se mentre gli italiani morivano vi fossero spregiudicati che facevano affari sulla loro pelle e se vi fosse un coinvolgimento di chi ai tempi governava o era a capo delle amministrazioni dello Stato».

Nell’ultima audizione è stato sentito Giuseppe Di Salvo, presidente della sedicesima sezione civile del Tribunale di Roma che ha condannato lo Stato a risarcire una società per una cifra pari a 280 milioni di euro per aver risolto un contratto per l’importazione di mascherine. PD e M5S vi accusano di avere strumentalizzato questa vicenda. È stato uno sperpero deliberato o solo un grande errore?
«Dall’audizione del presidente Di Salvo è emerso che la struttura commissariale di Domenico Arcuri, nominato da Giuseppe Conte, ha annullato illegittimamente un contratto di fornitura con una azienda italiana che stava importando mascherine idonee e che dobbiamo per questo risarcire con i soldi di tutti noi. Quella stessa struttura che contestualmente affidava il maxiappalto più grande della storia ad aziende cinesi sconosciute pagando 1 miliardo e 251 milioni per mascherine risultate inidonee, finanche pericolose per la salute, un affare che ha prodotto decine di milioni di provvigioni per amici del Pd. È stato "solo un grande errore"? Mi resta più di un dubbio. Continueremo ad indagare».

Il senatore Boccia (Pd) accusa FdI di utilizzare la commissione Covid come un «plotone di esecuzione» contro un altro governo, quello giallorosso, guidato da Conte con Speranza alla Sanità...
«Quel che dice Boccia è falso, ma lo capisco. Di fronte ai fatti gravi che stanno emergendo dalla commissione Covid e che li vede politicamente coinvolti, l’unico strumento che gli resta è tentare di screditare gli auditi scomodi e delegittimare i lavori di commissione. Non ci riuscirà, la verità è più forte della menzogna anche se ripetuta all’infinito».

Conte sostiene di voler essere ascoltato per dare il suo contributo alla ricerca della verità. Come mai non è stato ancora audito?
«Saremmo ben lieti di ascoltarlo. Tuttavia non sembra che sia davvero intenzionato a lasciarsi audire, altrimenti avrebbe già fatto un gesto molto semplice, tecnicamente irreprensibile, proposto dal presidente Marco Lisei: si sarebbe dimesso da commissario, sarebbe venuto in audizione e poi sarebbe rientrato. Ricordo che Conte ha partecipato ad appena 8 sedute su oltre 100: il leader del M5S sta usando la commissione per non farsi audire, lo dicono i fatti».

Cosa risponde all’accusa della sinistra per cui avete escluso deliberatamente dall’ambito di indagine l’operato delle Regioni che erano governate principalmente dal centrodestra?
«Che dovrebbero spiegarci, se tanto tengono ad indagare sulle Regioni, perché hanno votato contro la richiesta del centrodestra di istituire una commissione d’inchiesta regionale sulla pandemia, ad esempio in Emilia-Romagna, e perché il governo Conte, a quei tempi, ha impugnato leggi regionali per riaffermare il principio per cui la competenza in tempo di pandemia è dello Stato, principio confermato dalla Corte costituzionale. Il sospetto è che loro chiedano ora di ampliare il campo di indagine per giovarsi del noto principio per cui "più si indaga, meno si indaga". Noi lavoriamo per fare emergerà verità, loro per insabbiarla».

Lei ha ipotizzato una responsabilità per epidemia dolosa. Per quale circostanza e in capo a chi cadrebbe questa responsabilità?
«La circostanza è l’importazione di dispositivi di protezione inidonei, nota, da quanto emerso, alla Presidenza del Consiglio dei Ministri del Governo Conte. Le Procure dovrebbero indicare eventuali imputati».