la nostra inchiesta

L'infinita "mafia e appalti": 13 anni per assolvere De Donno e Mori

Gaetano Mineo

Tra le zone d’ombra della verità mancata sul dossier «Mafia e appalti», il calvario giudiziario di Mario Mori e Giuseppe De Donno occupa un posto da podio. Furono loro a scrivere quel rapporto. Furono loro, poi, a finire sotto processo. E furono ancora loro, ad essere assolti dopo che il documento («877 pagine, 483 allegati e 44 schede relative a persone coinvolte nelle indagini» per dirla con De Donno) aveva già fatto il suo tempo nell’oblio. Una giustizia tardiva, certo. Ma quanto basta per chiedersi a chi convenisse che quel dossier continuasse a non disturbare nessuno. Mori era colonnello del Raggruppamento operativo speciale dei carabinieri (Ros). De Donno, capitano. Tra il 1989 e il 1992 condussero un’indagine innovativa, rompendo gli schemi tradizionali: non più il braccio militare di Cosa Nostra, ma il suo intreccio strutturale con appalti pubblici e politica. Il risultato fu il dossier «Mafia e appalti» che, nella Procura di Palermo, trovò soltanto due sostenitori convinti: Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. E per il quale, dopo oltre trenta anni, non si intravede una totale verità. I fatti dicono che il 27 maggio 2013 la Corte d’Assise di Palermo aprì il processo sulla trattativa Stato-mafia.

Tra gli imputati, Mori e De Donno. Ovvero, gli stessi che nel 1991 avevano redatto il documento più scomodo della storia antimafia. Le accuse: minaccia a corpo politico dello Stato. In pratica, i due ufficiali avrebbero avviato contatti con Vito Ciancimino per trasmettere le richieste dei boss in cambio della cessazione delle stragi, senza informarne l’autorità giudiziaria. Contatti, nell’impianto accusatorio, che avevano contribuito a esercitare una pressione mafiosa sulle istituzioni dello Stato. Il 20 aprile 2018 arrivò la sentenza: Mori condannato a 12 anni di reclusione, De Donno a 8. I giudici ritennero provata la trattativa e la responsabilità degli ufficiali dell’Arma. In sostanza, le motivazioni, depositate il 19 luglio 2018, riconoscevano l’esistenza di una «trattativa», costruendo un impianto che aveva impiegato anni per essere assemblato e che la Procura di Palermo aveva difeso con tenacia. L’appello ribaltò tutto. Il 23 settembre 2021 la Corte d'Assise d’Appello di Palermo assolse Mori e De Donno con la formula «il fatto non costituisce reato». I giudici non negarono che i contatti con Ciancimino fossero avvenuti, ma li qualificarono come attività investigativa legittima. Il 27 aprile 2023 la Cassazione chiuse il caso migliorando la formula per gli ufficiali del Ros: «Per non aver commesso il fatto». Le motivazioni, depositate in novembre del 2023, reggono su tre pilastri: gli elementi raccolti erano «indizi privi di certezza»; i contatti con Ciancimino non erano finalizzati a minacciare lo Stato, ma, secondo la Corte, a fermare le stragi; e non era dimostrabile «alcuna automatica equivalenza tra interlocuzione e minaccia». Nessun nesso causale, nessuna responsabilità penale. Intanto, dall’apertura del processo alla sentenza definitiva della Cassazione, il prossimo 27 maggio saranno trascorsi tredici anni. È opportuno precisare che, la distinzione tra «il fatto non costituisce reato» e «il fatto non è stato commesso» non è questione di forma. La seconda formula esclude l’esistenza stessa dell’azione attribuita agli imputati. La Suprema Corte non ha attenuato l’accusa: l’ha smontata alle fondamenta. Insomma, tredici anni di processo, per un fatto che la Cassazione dice non essere mai accaduto. Nell’aprile 2025, convocati in Commissione Antimafia, Mori e De Donno hanno rinnovato le accuse che portano avanti da decenni: le indagini furono sabotate, il rapporto «Mafia e appalti» fu smembrato, e Borsellino fu ucciso mentre cercava di ricomporlo. Come tra l’altro sostiene la Procura di Caltanissetta, secondo cui l’inchiesta «Mafia e appalti» è stata «concausa» della strage di via D’Amelio. Infatti, Borsellino non aveva smesso di lavorarci. Come dichiarano Mori e De Donno, i verbali di sequestro dei materiali trovati nell’ufficio del magistrato eroe dopo la strage di via D’Amelio, attestano che «la maggior parte dei documenti rinvenuti riguardavano indagini sugli appalti e personaggi che si ritrovano nella nostra annotazione del 16 febbraio '91». Ovvero, il dossier «Mafia e appalti».