decisioni strategiche
Meloni-Schlein, la politica estera come spartiacque
C'è una frase di Giorgia Meloni che, al di là delle appartenenze, oggi appare incontestabile: la politica estera è ormai politica interna. Le grandi decisioni strategiche si prendono sempre più spesso fuori dai confini nazionali e, da quelle scelte, dipendono sicurezza, energia, prezzi, crescita economica. La collocazione internazionale di un Paese è ormai parte integrante della sua politica interna.
Sotto questo profilo, colpisce il contrasto di questi giorni. Da una parte Meloni a Parigi con Macron, Starmer e Merz, nel tentativo di costruire una linea comune su uno dei dossier più delicati dello scenario globale. Dall’altra la sinistra italiana che, tra Barcellona e Roma, lascia emergere una propria postura internazionale attraverso gli interventi di Elly Schlein e Giuseppe Conte. E non è un contrasto solo di cornice o di agenda. È un contrasto che dice qualcosa del baricentro politico e simbolico che ciascuno sta scegliendo.
Il problema, sia chiaro, non è la critica a Donald Trump o a Benjamin Netanyahu. Sono legittime, fondate e, spesso, necessarie. Il punto è ciò che manca in quelle critiche. Perché nella politica internazionale, come nella comunicazione, ciò che non si dice pesa spesso quanto ciò che si dice. A volte di più. Se i bersagli polemici sono sempre gli stessi, la domanda inevitabile è un’altra: qual è l’alternativa? Quale ordine internazionale si ha in mente? Perché se la critica ai leader occidentali è continua, radicale, moralmente assoluta, ma nello stesso tempo il ruolo di Russia, Cina e Iran resta sullo sfondo, allora non siamo più davanti a una semplice postura critica. Siamo davanti a uno slittamento di baricentro.
Le parole di Conte, da questo punto di vista, sono rivelatrici. Evocare la Cina come possibile mediatrice e tornare a parlare del gas russo non significa cercare una soluzione apparentemente pragmatica. Significa normalizzare attori che da anni utilizzano energia, commercio, tecnologia e pressione militare come strumenti di potere geopolitico. Significa trattarli come interlocutori neutrali mentre lavorano attivamente per ridefinire gli equilibri globali a proprio vantaggio.
Sul versante Schlein il problema è simile. Nel suo intervento di Barcellona per la «mobilitazione progressista mondiale» – da quel Sanchez, che è andato a Pechino ad accreditare la Cina come attore chiave per il ritorno del multilateralismo – non emerge alcun riferimento ad Hamas, Hezbollah o al regime iraniano. Parlare della Palestina libera senza nominare Hamas significa offrire una rappresentazione a dir poco parziale del conflitto. Se il racconto pubblico costruisce sempre e solo colpevoli assoluti nel campo occidentale, allora Pechino, Mosca e perfino Teheran possono riposizionarsi più facilmente come attori della moderazione, della mediazione e perfino della pace. È così che cresce il loro soft power, non certo per meriti, ma per contrasto. Una narrazione selettiva, che finisce per capovolgere la percezione morale della competizione, rendendo i regimi non democratici meno colpevoli, o addirittura vittime, agli occhi di una buona parte dell’opinione pubblica.
Nessuno nega le contraddizioni dell’Occidente, gli errori, le ambiguità e i doppi standard. Ma una cosa è criticare l’Occidente dall’interno del suo perimetro, senza mettere in discussione il quadro delle alleanze. Un’altra è farlo in modo tale da lasciare sullo sfondo il fatto che dall’altra parte non esistono modelli più liberi o più giusti, ma potenze autoritarie, totalitarie e teocratiche, liberticide e spietate.
Questo è il punto che qualcuno evita cinicamente di affrontare. Per un Paese occidentale, scivolare nell’orbita russo-cinese non significa semplicemente cambiare interlocutori. Significa cambiare paradigma. Entrare in un sistema in cui la dipendenza sostituisce l’autonomia, il ricatto sostituisce la cooperazione e la vulnerabilità sostituisce la sicurezza. Vuol dire, innanzitutto, esporsi a una dipendenza energetica che abbiamo già conosciuto. Il gas russo non è mai stato soltanto una risorsa economica, è stato uno strumento di pressione politica. Pensare di poter tornare a quella condizione come se nulla fosse significa non aver capito la natura di quel rapporto.
Ma il problema non riguarda solo l’energia. Riguarda la tecnologia, che oggi è la vera infrastruttura del potere. Chi controlla reti, dati, piattaforme e catene del valore controlla anche i margini di sovranità degli altri. Anche qui, se il problema è sempre Musk e mai lo Stato della sorveglianza di Pechino, non ci siamo. Non è un caso se, quando Meloni è partita per la Cina, è emersa perfino la raccomandazione di non portare con sé smartphone e dispositivi personali di uso quotidiano, per timori legati alla sicurezza nazionale. Un dettaglio estremamente indicativo, perché mostra cosa significa avere a che fare con un sistema in cui tecnologia e controllo coincidono.
In un contesto in cui infrastrutture digitali, semiconduttori, intelligenza artificiale e piattaforme diventano strumenti di potenza geopolitica, entrare nell’orbita di sistemi autoritari significa esporsi a nuove forme di dipendenza. Non più solo economiche e politiche, ma anche cognitive e informative. Si parla tanto di guerra ibrida, ma poi – quando conviene – si fa finta che non esista.
C’è poi la dimensione culturale. Quando un sistema politico inizia a considerare secondario il carattere autoritario dei propri partner, lentamente finisce anche per relativizzare i propri valori. Questo slittamento produce effetti profondi. Perché se tutte le forme di potere diventano equivalenti, anche la distinzione tra democrazia e autocrazia perde forza. Il rischio, allora, non è soltanto geopolitico. È civile. È il rischio di abituarsi all’idea che la libertà sia negoziabile, che il pluralismo sia un lusso e che l’efficienza valga più delle garanzie. Il mondo che si sta formando è un mondo in cui la forza torna a contare, in cui la deterrenza è centrale e in cui le dipendenze diventano strumenti di pressione. In questo scenario, non scegliere equivale spesso a scegliere male. Perché l’Europa arriva a questo passaggio in condizioni di debolezza. È militarmente fragile, politicamente frammentata, tecnologicamente in ritardo abissale. Discute di riarmo perché si è accorta tardi che la sicurezza delegata non basta più, ma non ha ancora una vera autonomia strategica. In questo contesto, indebolire il vincolo occidentale non significa guadagnare libertà. Significa aumentare la propria esposizione. Si dirà: ma è Trump che divide. Si, ma noi non possiamo permetterci di cadere nella trappola “con lui o contro di lui”. Non ne abbiamo la forza e finiamo per cercare sponde altrove, fuori dal nostro mondo liberale e democratico. Se qualcuno ha da perdere dalla fine dell’Occidente, quel qualcuno è l’Europa, non certo gli Stati Uniti, che sono più forti, più avanzati e più autonomi di noi.
Ecco perché la linea che emerge da una parte della sinistra italiana appare miope. Perché confonde la critica dell’Occidente con la rimozione del problema opposto. E finisce per trasmettere un messaggio implicito: il problema siamo noi, non chi lavora per ridurre lo spazio delle democrazie. Si può criticare un governo occidentale e restare occidentali. Ma quando le omissioni diventano sistematiche e le autocrazie scompaiono dal quadro, allora non si sta più lavorando per l’Occidente. Lo si sta lentamente disarmando. E allora il punto iniziale ritorna, ancora più netto. Trump e Netanyahu possono essere criticati, contestati e combattuti politicamente. Ma se diventano gli unici cattivi del racconto, il rischio è che dall’altra parte Cina, Russia e Iran finiscano per sembrare, per contrasto, i buoni. Ed è proprio così che si perde il baricentro, prima simbolico e poi strategico. Non è una sfumatura diplomatica. È una scelta di campo. E da questa scelta passa oggi la vera linea di confine della politica italiana.