il papocchio

Trump-Meloni, c'eravamo tanto amati. Primo scontro sulle "inaccettabili" critiche

Susanna Novelli

Ancora una volta Donald Trump è riuscito a scompigliare le carte in tavola. E lo fa con l’Italia di Giorgia Meloni a metà di una giornata ancora scandita dalle accuse pesantissime volte contro papa Leone e dalla disfatta colossale dell’amico Viktor Orban, sul quale il presidente della Casa Bianca si era speso non poco per la sua rielezione. Negli stessi minuti in cui la premier spiegava in merito alla solidarietà espressa al Santo Padre definendo «inaccettabili» le parole della Casa Bianca, il Corriere della Sera pubblicava un colloquio esclusivo con il tycoon che - al solito - in sei minuti sembra aver demolito una relazione diplomatica tra le più salde in Europa.

«Inaccettabile è lei. Sono schioccato. Pensavo che avesse coraggio, mi sbagliavo. Non vuole aiutarci con la Nato, non vuole aiutarci a sbarazzarci dell’arma nucleare. È molto diversa da quello che pensavo», sbotta Trump che torna ancora - a criticare l’appello di pace di Leone XIV: «Non capisce e non dovrebbe parlare di guerra, perché non ha idea di quello che sta succedendo. Non capisce che in Iran hanno ucciso 42 mila manifestanti lo scorso mese». Al di là che dalla mattanza dei pasdaran di mesi ne sono passati tre, le parole del presidente americano rischiano di trasformarsi in uno spartiacque ancora più profondo non solo tra Stati Uniti e Europa ma all’interno dei rispettivi Paesi.

  

 

La caduta di Orban lascia di fatto a Giorgia Meloni l’unico posto di una destra di governo che ha fatto dell’alleanza a Stelle e Strisce un punto di riferimento irrinunciabile dei valori occidentali, in coerenza con storia e tradizione diplomatica italiana dal Dopoguerra in poi. E per questo nonostante la sfuriata, i rapporti tra Italia e Stati Uniti non subiranno cambiamenti.

A dirlo anche i recenti, ben più furiosi attacchi, del presidente Trump alla Spagna di Pedro Sanchez, alla Francia di Emmanuel Macron e alla Gran Bretagna di Keir Starmer. Figuriamoci con l’unico governo di centrodestra in Europa ben consolidato. Una miccia dunque, quella accesa dal tycoon sull’Italia, destinata a spegnersi in fretta. Diverse invece le ripercussioni politiche in entrambi i Paesi. Negli Stati Uniti, non tanto l’attacco a Giorgia Meloni, quanto quello al Santo Padre ha scatenato un vero e proprio terremoto nelle potenti comunità religiose americane, al punto che il vicepresidente JD Vance, riferimento del mondo cattolico alla Casa Bianca, è stato "costretto" a una debolissima difesa del presidente, dichiarando che il «Papa si deve occupare solo di questioni morali». Difficile sia sufficiente a placare gli animi che sempre più numerosi avanzano dubbi e critiche su metodo e risultati del tycoon.

In Italia il rischio è quello invece di sballottare la premier tra tifoserie opposte. Le parole di solidarietà al Santo Padre erano doverose non solo come presidente del Consiglio ma anche come cattolica. La dura replica di Donald Trump ha fatto calare il sipario sulle accuse di "servilismo" che da un anno e mezzo a questa parte (ovvero dall’inizio del mandato alla Casa Bianca) l’opposizione italiana ha rivolto instancabilmente a Giorgia Meloni. Il rischio però è che da domani il "servilismo" venga semplicemente sostituito con l’accusa di un passo indietro effettuato grazie a un centrosinistra ben più "accorto".

In termini di ritorno elettorale insomma, il rischio boomerang è dietro l’angolo.

C’è però come sempre l’imprevisto "underdog" che, grazie a Trump, in questa vicenda si chiama Leone. Non ha risposto direttamente alle accuse- e all’immagine al limite della blasfemia pubblicata e poi rimossa dal tycoon - ma ieri dall’Algeria ha pronunciato parole inequivocabili: «Il potere sia mezzo per il bene comune, no all’autoesaltazione eccessiva» e ancora «Dio è straziato dalle guerre, dalle violenze, dalle ingiustizie e dalle menzogne. Dio non è con i malvagi, con i prepotenti, con i superbi». Il due più due, malagrado il Trump-pensiero, fa sempre quattro.