campo largo

Elly Schlein scappa dalle primarie: "Troveremo un accordo"

Aldo Rosati

Una sfida a distanza. Quasi in contemporanea, a dividerli meno di un chilometro: dal Tempio di Adriano, dove il leader M5S presenta il suo libro, a Largo del Nazareno, dove è riunita la direzione Pd, il botta e risposta. Una sorta di Sinner-Alcaraz de noantri: i tennisti del campo largo provano a schiacciare, colpi rapidi e reazione immediata.

In palio l’ambita fascia da capitano della coalizione di sinistra, l’anti Giorgia Meloni. Con un’unica sostanziale differenza: se Giuseppe Conte pressa sotto rete («Le primarie siano aperte a non iscritti o non hanno senso»), Elly Schlein si rifugia nel silenzio: parliamo d’altro. Sarà il fedelissimo Marco Saraccino a fornire il pensiero autentico: «È un dibattito surreale».

  

La segretaria dem, camicia a righe bianca e blu e braccialetti di plastica ai polsi, comincia la riunione del parlamentino con un’iperbole: «L’eco della vittoria del no al referendum si è spinta ben al di fuori dei confini nazionali». Praticamente fino all’Ungheria, miracoli dell’alta velocità. E con un’"appropriazione indebita": «Con la sconfitta di Orban, ci sarà un alibi in meno per Giorgia Meloni. È finito il tempo delle destre nazionaliste». Come se il vincitore delle elezioni in Ungheria, il moderato Peter Magyar, si fosse iscritto al gruppo socialista europeo.

Il repertorio continua con un classico: «Il governo italiano è subalterno alla Casa Bianca». Aggiornato al fatto del giorno: «Gli attacchi a Papa Leone da parte di Trump sono inaccettabili». La segretaria si concentra sugli "affari" di famiglia: tecniche per tenere tutti insieme. La ricetta: «Ho già risposto all’appello di Avs per condividere tutto, certa che troveremo l’accordo sulla guida e sul percorso programmatico». E dire che l’ex presidente del Consiglio era stato chiaro: al programma ci pensiamo noi, ci vediamo a settembre.

Sulla questione del momento, la scelta del leader del campo largo, Elly Schlein sfuma, o meglio: nella relazione di apertura in direzione non dice proprio nulla. La segretaria se la cava con un accenno indiretto: «Troveremo l’accordo, non partiamo da zero». L’amuleto è lo stesso: «Siamo testardamente unitari». Il risultato è un po’ magro. Plaude il solo Riccardo Magi, segretario di Più Europa: «Noi ci saremo». Il salvagente, però, viene raccolto da Stefano Bonaccini: «Nessuno ci chiede delle primarie». Poi altro ottimismo: «Nessuno ormai mette più in discussione l’orizzonte comune e per me è già una vittoria, se penso a come siamo partiti nel 2022». La zattera è una riesumazione della prima Repubblica: «Rispettiamo il vento del referendum, costruiamo ovunque i comitati per l’attuazione della Costituzione». La speranza è l’ultima a morire: «Senza una visione, non credo che la maggioranza riuscirà ad arrivare a fine legislatura».

L’inquilina del Nazareno ha un doppio problema: l’esuberanza del partner 5 stelle e l’invadenza della nuova arrivata, la sindaca di Genova che bussa alla porta. Un combinato disposto che la rende molto cauta. Anche in casa sua (la sua relazione non viene neanche messa ai voti), la segretaria sa che la corrente degli scettici sulla sua possibile candidatura non demorde. In pratica, alleanze innominabili e patti segreti. Basterebbe convincere Silvia Salis a concorrere alle primarie per dividere in due il voto del Pd: una resa concordata all’incursore di Volturara Appula. O comunque spingere tutti i partner a esprimere un nome nei gazebo: il risultato non cambierebbe. Un dialogo impossibile: lui insiste, lei cambia discorso.