alla faccia dei gufi
Giù gli sbarchi, su i salari: e questi sarebbero "fallimenti"?
Questa scena dovevate vederla. Sto parlando di ieri mattina, alla festa della Polizia, in una Piazza del Popolo accarezzata dalla luce di una primavera ormai esplosa. Sulle tribune, le autorità e i faccioni della Roma potentona. Gli attuali capi e sottocapi dell’opposizione si presentano in grande spolvero, con l’aria di quelli che tra uno o due anni gestiranno il governo: ecco Schlein che sorride sempre (beata lei), ecco un Bonelli già compreso nella parte dell’aspirante ministro, ed ecco un Giuseppe Conte che fa la diva e arriva in ritardo ad accomodarsi sul suo seggiolino in prima fila. Il vostro scrivano sta appollaiato un po’ sopra, qualche fila più in alto, e li osserva con attenzione. Se la sentono calda, direbbero i ragazzi. Hanno l’arietta triumphans, lo vede chiunque.
Senonché, verso le 11.30, dopo il discorso asciutto e ineccepibile del capo della Polizia Vittorio Pisani, prende la parola il ministro Matteo Piantedosi. Partenza morbida, sembra un intervento di circostanza.
E invece a un certo punto il diesel accelera e va in corsia di sorpasso. Sciorina dati notevoli (uno per tutti: il 37% in meno di sbarchi). Di più: rivendica come un successo italiano (vero) le nuove norme europee sui rimpatri, e preannuncia una nuova ondata di allontanamenti di irregolari. Non solo: pur mantenendo un elegante profilo istituzionale, Piantedosi attacca chirurgicamente una sinistra che, sul decreto sicurezza, ha straparlato di «norma liberticida», e sul fermo preventivo di polizia (essenziale per evitare violenze nelle manifestazioni, in caso di soggetti pericolosi e con pesanti precedenti) ha ululato alla «deriva autoritaria». Il ministro si concede un sorriso impercettibile mentre rifila queste staffilate, e su su in tribuna il vostro scrivano (tra ciò che vede direttamente qualche fila più in basso e le immagini proiettate sui maxi schermi) ha l’impressione di trovare improvvisamente rabbuiato il trio Elly-Bonelli-Giuseppi. Come se il vento della realtà, il venticello di qualche cifra reale, avesse scompigliato un po’ i loro prematuri sogni di gloria. Allora si può combattere, mi dico. E se il governo ha lavorato già bene per quattro anni, può rivendicarlo e fare ancora meglio nel quinto.
Stessa cosa sull’economia. Dedicate qualche istante di attenzione, amici lettori, prima all’analisi di Mariano Bella, che guida l’Ufficio Studi di Confcommercio, e quindi al pezzo del nostro Edoardo Sirignano che riprende il report Cisl sulla contrattazione collettiva nazionale, e poi provate a metterli insieme. Da un lato si smonta con dati inoppugnabili il complesso di balle messe in circolazione dalla sinistra e dai suoi media di riferimento (praticamente tutti, con eccezioni televisive e su carta stampata sempre più rare). Dall’altro si spiega, sempre cifre alla mano, come il recupero retributivo in atto dal 2023 si sia rafforzato nel 2025, secondo anno consecutivo in cui la crescita dei salari è stata superiore all’inflazione.
Vuol dire che va tutto bene? Certo che no. Qui a Il Tempo, come sapete, spingiamo per un’accelerazione del governo anche rispetto ai tagli di tasse, non solo sulla sicurezza e sull’immigrazione. Di più: ricordiamo bene come il ceto medio (il popolo dei 50mila euro annui lordi, dei 2400-2500 netti al mese, in larga parte elettori di centrodestra) abbia ricevuto troppo poco. Ciò detto, per la seconda volta, torna anche rispetto all’economia la sensazione che ho avvertito durante il discorso di Piantedosi: il racconto della sinistra è falso e offensivo della verità, va ribaltato e contrastato. Con la forza dei fatti, dei numeri, e anche - il governo ce lo consentirà - con un impegno a prendere più velocità in questa volata finale fino al 2027.
Le circostanze sono avverse, a partire dalla guerra? Certo che sì. I vincoli europei sono stupidi? Di nuovo sì. Ma ora è il momento in cui la lodevole disciplina di bilancio mantenuta finora deve essere messa a frutto con misure ragionevoli e coraggiose. Un coraggio razionale, non sconsiderato. Ma basta poco affinché l’economia reale possa spiccare il volo. Non sarà il volo di un’aquila reale, ma pur sempre un buon volo. Tentiamo, allora, e rivinciamo le elezioni del 2027. Per spegnere il sorriso dei gufi e dei ballisti che si sentono già ministri.