giù le mani dal cav

La sinistra riabilita Silvio Berlusconi in chiave anti-Meloni

Matteo Cassol

La morte rende belli? Non proprio. Rende però muti, che, per taluni, è assai meglio: il morto non smentisce, non oppone resistenza, non manda al diavolo chi lo adopera come clava politica politicante. È il grande privilegio tattico offerto del defunto. E così, dopo Umberto Bossi riciclato come alfiere del «mai con i fascisti», la sinistra ha pensato bene di riesumare e riabilitare in funzione anti-Meloni pure Silvio Berlusconi. La convenienza fa miracoli.

Nicola Zingaretti, capodelegazione del Partito Democratico al Parlamento europeo, in un’intervista a Domani arriva a dichiarare: «È finalmente evidente che il problema non è l’Unione, ma la destra nazionalista che l’Europa la vuole distruggere. Ed è finalmente evidente anche un’altra cosa: che su questo Meloni è in forte discontinuità anche con la storia di Berlusconi, che era un nostro avversario politico ma ancorò Forza Italia nella storia del Ppe. E forse il Berlusconi che deride Meloni e Salvini al Quirinale non era un gioco, ma un allarme su che tipo di destra stava arrivando».

  

Ed ecco il prodigio: Berlusconi trasfigurato da male assoluto a profeta inascoltato della sciagura sovranista, da emergenza democratica a patriarca etico, da corruttore della vita pubblica a grande saggio tutelare dell’ortodossia europeista. Vale tutto, per chi ha già detto di tutto e non sa più cosa inventarsi.

Per almeno vent’anni, però, il Partito Democratico e le sue versioni precedenti non hanno raccontato agli italiani che Berlusconi fosse un semplice «avversario politico»: hanno raccontato che fosse l’anomalia italiana incarnata, il conflitto d’interessi eretto a regime, l’uso privatistico delle istituzioni, le leggi ad personam, le collusioni mafiose, la guerra permanente alla magistratura, la colonizzazione televisiva dell’immaginario, la riduzione della politica a marketing, immunità e barzelletta oscena.

Sul piano morale, giudiziario, costituzionale, Berlusconi era descritto come il cancro della Repubblica. E sul piano internazionale, quello sul quale Zingaretti vorrebbe issare il Cavaliere a santino comunitario Ue, il revisionismo sfiora l’avanspettacolo. Per lustri, dem e affini hanno denunciato non solo le vere o presunte gaffe di Silvio e l’ipotetica umiliazione di un Paese rappresentato a loro dire da un uomo incapace di distinguere il consesso globale dal cabaret privato. Hanno stigmatizzato per esempio pure il suo rapporto con Putin, esibito come prova regina di ambiguità, subalternità, inaffidabilità verso l’Occidente. Berlusconi amico di Vladimir era un capo d’accusa, e figurarsi come lo sarebbe oggi, con quello che già allora Silvio affermava su Zelensky.

Quando la sinistra parlava di Berlusconi parlandone da vivo, diceva la verità o faceva bieca propaganda? Perché se diceva la verità, allora la riabilitazione postuma in chiave anti-Meloni è un’operazione opportunista di una spudoratezza totale. Se invece faceva propaganda, dovrebbe almeno trovare il coraggio di confessare che per decenni ha edificato la propria narrazione morale su una gigantesca balla. Questa assoluzione retroattiva non richiesta più che onorare il Cav lo falsifica. Berlusconi era molte cose, spesso in collisione fra loro, ma non era certo quel cartonato che ora viene estratto dal magazzino per bassissimi fini polemici. Meno male che Silvio non c’è (per lui): non è costretto a sorbirsi simili sparate. Chissà se un giorno qualcuno, oltre ai totem politici degli altri da adulterare, proverà a riesumare anche la coerenza. O almeno la decenza.