un cambiamento liberale
Benessere degli italiani: le 3 proposte choc dell'Istituto Friedman
Se pensiamo che l’imprevedibilità di Donald Trump sia la fonte dei problemi dell’economia italiana, purtroppo stiamo sbagliando di grosso. Dico purtroppo, perché se fosse solo quello le soluzioni sarebbero relativamente ovvie e temporanee. Esattamente come le misure fiscali di cui la politica sta discutendo e che sta approntando in queste ore.
In realtà, i problemi della nostra economia vengono da molto lontano ed ogni decade ha sperato nei suoi miracoli (l’Euro prima e il Green Deal dopo) che avrebbero portato modernità e miglioramenti, salvo poi indicare gli stessi miracoli come i grandi errori che ci hanno portato bassa crescita, bassa produttività, bassi salari, tasse alte e fragilità rispetto agli shock internazionali. Il vero problema-Italia è la mancanza del mercato. Le imprese private possono crescere e competere, ma «fino ad un certo punto». Lo stato dovrebbe ridursi e costare meno, ma «fino ad un certo punto». Questo non è un sistema in grado di difendersi, in un mondo in cui gli shock sono ormai la norma e non l’eccezione. Ogni volta che si dice «fino ad un certo punto», ciò significa risorse bloccate, stipendi fermi, innovazione ritardata.
Come Istituto Friedman, da anni abbiamo elaborato proposte di cambiamento del sistema economico in senso liberale, non attraverso aggiustamenti, ma con riforme strutturali che cambino radicalmente la relazione tra stato e cittadini, tra spesa pubblica e investimenti privati, tra manifattura e innovazione. Ora però ci troviamo in emergenza e ad un anno dalle elezioni. Quali proposte possono fare la differenza in così poco tempo, dando un chiaro segnale ai cittadini italiani e senza impensierire i mercati finanziari?
Ecco le tre proposte shock che noi mettiamo sul tavolo del dibattito (meritorio) lanciato da Il Tempo.
La prima proposta è l’eliminazione totale degli oneri generali di sistema dalla bolletta elettrica per famiglie e Pmi, finanziata con taglio strutturale dei sussidi energetici non più giustificati e delle agevolazioni parafiscali più distorsive. È una misura che introduce trasparenza, abbassa subito i costi per tutti e rompe rendite consolidate. Il messaggio è che «In bolletta si paga l’energia, non la politica energetica». La rete opaca di incentivi e oneri che oggi gravano sulla bolletta elettrica è in gran parte superata dalle nuove tecnologie, ma è mantenuta perché genera rendite garantite molto alte. Questa misura rompe quelle rendite facendo pagare meno famiglie e imprese. Si dirà che c’è un problema di copertura: in realtà il problema è di trasparenza. Se è vero che alcuni di questi oneri coprono spese essenziali per il settore pubblico, allora che vengano inseriti sulla fiscalità generale, così che chiunque le proponga si assumerà la responsabilità politica di fronte ai cittadini, che potranno valutarne l’ammontare preciso e il significato. Questa misura avrebbe un effetto immediato e tangibile (bollette giù subito, prezzi più trasparenti) e libererebbe molte risorse nel sistema economico. Inoltre, si parte facendo fare sacrifici ai soggetti potenti, non alle famiglie o alle Pmi.
La seconda proposta è l’estensione del silenzio-assenso universale a 60 giorni per la gran parte delle autorizzazioni economiche. L’impatto reale sull’economia sarebbe immediato, liberando anche in questo caso delle risorse oggi «invisibili» (capitale fermo, progetti congelati). Questa proposta non comporta negoziazioni complesse, tranne che un coordinamento con la Corte dei conti per evitare che eccessive responsabilità gravino ex post sui funzionari pubblici. Infatti, non si cancellano i controlli: semplicemente, si sposta il sistema da «autorizzazione preventiva per impedirti di fare illeciti» a «responsabilità successiva se hai commesso un illecito», con l’ampliamento di un meccanismo (silenzio-assenso) che esiste già nell’ordinamento italiano.
La terza proposta riguarda la cartolarizzazione selettiva dei vecchi crediti fiscali con probabilità reale di recupero e la cancellazione dei crediti strutturalmente inesigibili. L’impatto riguarderebbe milioni di contribuenti, con l’effetto immediato di incassare subito liquidità e di fare pulizia amministrativa, con meno costi per lo Stato, che smette di impiegare risorse pubbliche su recuperi inefficienti. Si vuole «premiare chi non ha pagato»? In realtà, questa proposta non premia affatto l’evasione, ma chiude un «magazzino finto», che lo Stato stesso sa in larga parte di non poter incassare.
Altre proposte forti del nostro Istituto sarebbero quella del voucher sanitario standardizzato e un nuovo Statuto dei diritti del contribuente semplificato e rafforzato, nonché proposte di politica industriale libertaria su innovazione e crescita delle imprese. Ma ora il tempo è poco e bisogna agire presto per recuperare fiducia. Non saremmo trasparenti con chi ci legge, se non dicessimo che tutte queste riforme da sole non bastano, senza una decisa e credibile riduzione della spesa pubblica, che oggi risulterebbe molto più fattibile anche grazie ai supporti tecnologici disponibili. Ma tutto sembra andare in senso opposto. La flessibilità che ci difende in un mondo instabile è quella del sistema produttivo, non quella del sistema delle accise. L’innovazione che ci interessa è quella che aumenta la produttività dell’industria, non quella che aumenta i controlli sul contribuente. Se lo stesso impegno di risorse e di tecnologia venisse impiegato per controllare lo stato spendaccione anziché i cittadini, probabilmente avremo già costruito un sistema solido e permanente di monitoraggio della spesa. Friedman aveva spiegato molto chiaramente il rapporto tra spesa pubblica e inflazione. Noi veniamo da anni di emergenze, finanziate con debito e deficit per produrre incentivi, che si sono rivelati insostenibili anche solo nel breve periodo. Speriamo che lo shock, che in questo momento ha raggiunto anche la politica, faccia emergere il coraggio di cambiare finalmente la rotta ed affrontare i veri problemi dell’economia italiana, con l’unica ricetta che ha dimostrato di produrre ricchezza e difendere il benessere: la libertà.
* Direttore generale Istituto Milton Friedman