agenda italia 2026
Giorgia, Conte i conti. Capezzone: appunti per Meloni (e per tutti noi)
Pasqua di riflessione, e poi battaglia contro la palude. Sarà una Pasqua di riflessione per Giorgia Meloni, e noi, nel nostro piccolo, vorremmo offrire un contributo di idee alla ripartenza del governo. Da giorni, con le firme de Il Tempo e con tanti altri apporti esterni, stiamo fornendo spunti per quella che abbiamo chiamato «Agenda Italia 2026», e, proprio sotto questo titolo, terremo una conferenza qui a Palazzo Wedekind mercoledì 8, il giorno prima di un delicato intervento parlamentare della Presidente del Consiglio. Oltre alle voci di Luigi Di Gregorio e Alessandro Bertoldi, ascolteremo le valutazioni e i propositi di tre autorevoli esponenti della maggioranza: Francesco Filini per Fratelli d’Italia, Giorgio Mulè per Forza Italia, Riccardo Molinari per la Lega.
Intanto, proviamo a delineare uno scenario politico complessivo. Già prima dell’esito del referendum, in epoca non sospetta, avevamo titolato «Giorgia contro la palude». Non era evidentemente un esercizio di ottimismo, ma purtroppo una prova di azzeccato realismo: contro il governo si era e si è coagulato un grumo di poteri (deep state e alte burocrazie, grandi media scritti e audiovisivi, rilevanti forze economiche) che puntano a logorare l’esecutivo, avendo come obiettivo post-elettorale una giunta semitecnica, a meno che non riesca addirittura il colpaccio di una vittoria piena della sinistra. Ecco, la novità degli ultimi dieci giorni è che la «fauna» della palude ha preso slancio e coraggio, vede il governo ferito e un po’ fermo, sente l’odore del sangue, e punta a prendersi tutto. Sperano di farcela direttamente, senza neanche il paravento dei professori e dei presunti tecnici. La povera Elly Schlein (assolta per non aver compreso il fatto) neppure se n’è ben resa conto, ma è già stata scaricata. Circonvenzione di segretaria Pd, si potrebbe dire: nel senso che un po’ tutti, dentro e fuori il Partito Democratico, hanno già scelto Giuseppe Conte (e non lei) per la scalata a Palazzo Chigi nel 2027. Conte, ambiguo e spregiudicato com’è, va bene a tutti: già ha iniziato a sfumare alcuni eccessi in politica estera (quel tanto che basta per rendersi apparentemente più digeribile), ma per il resto non deve modificare granché.
La sua «opa» sul centrosinistra è ampiamente realizzata: anti-occidentalismo soft, giustizialismo, assistenzialismo sono i tre elementi culturali, non solo politici, che uniscono uno spettro enorme di forze. Stanno dentro questo recinto ideologico i grandi giornali, le trasmissioni de La 7, non pochi programmi di punta delle altre reti pubbliche e private, la magistratura associata, i vescovi Cei più di sinistra tendenza Sant’Egidio, e l’eterno caravanserraglio di faccioni (opinionisti, attori, influencer) che sono buoni per tutte le stagioni. Il centrodestra sbaglia, a mio avviso, a sottovalutare questo rumore di fondo, questo sottofondo di ostilità al governo, che crea un clima costantemente negativo. Se ci pensate, già prima del referendum, altre due volte gli avversari erano stati vicini a sfondare sul grosso dell’opinione pubblica: con l’ascesa dell’impresentabile Francesca Albanese (si fece male lei da sola attaccando a freddo la senatrice a vita Segre, altrimenti avrebbe stravinto la sua partita mediatica) e con le manifestazioni Pro Pal (che si autosabotarono con il passaggio alla violenza). Ma in ogni caso, sulle tv (e solo a ricasco sui social, non viceversa), l’onda anti-governo era stata almeno due volte travolgente, anche prima del referendum.
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E allora? Serve un mix di calma e coraggio. Serve calma, perché il centrodestra ha tutto per prevalere, ha governato bene, e ha una premier molto più credibile del suo probabile sfidante. Serve anche coraggio, però, perché da qui al 2027 non può bastare una gestione ordinata (e ordinaria) dell’esistente. Ecco il punto che solleviamo da giorni. Con sciagurata sciatteria, il solito socialdemocratico danese commissario Ue all’Energia (che già l’altro giorno avevamo sbattuto negativamente in prima pagina) continua a straparlare di «razionamenti» energetici, prefigurando una situazione da simil-lockdown. Se si lascia il pallino in mano ai burocrati di Bruxelles (che non hanno l’esigenza di prender voti, anzi gli elettori non li vogliono né vedere né sentire), sarà una catastrofe: un mix tossico di stagnazione economica, inflazione e crisi energetica, con i tre veleni che si alimenteranno reciprocamente. Perfino nel caso più benigno (guerra in Iran breve: altre due o tre settimane), l’effetto su energia e prezzi sarà comunque maligno per molti mesi, creando nazione per nazione rabbia e crisi