giustizia politicizzata

Giustizia, perché solo Palamara? Il sistema delle correnti non è morto

Giovanni M. Jacobazzi

C’è un fantasma che si aggira per i corridoi del Csm: il suo nome è Luca Palamara. All’indomani della vittoria del No al referendum sulla giustizia, in tanti si chiedono: «Ma perché solo lui?». Già, perché proprio lui, e soltanto lui, è stato trasformato nel simbolo di un sistema che, a quanto pare, continua a funzionare esattamente come prima. Se non meglio. Radiato nel 2021, travolto dallo scandalo dell’hotel Champagne, l’ex presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati è stato sacrificato con una precisione chirurgica. Un’operazione esemplare verrebbe da dire. Talmente esemplare da lasciare intatto tutto il resto. Perché mentre lui veniva espulso con ignominia, tutti gli altri, quelli che quel sistema lo hanno frequentato, alimentato e utilizzato, sono rimasti serenamente al loro posto. Senza scossoni, senza conseguenze, senza nemmeno troppa necessità di spiegazioni. Ed è qui che il paradosso smette di essere sottile e diventa plateale.

Se davvero quel “sistema” era così malato, così degenerato, così inquinato da logiche opache e accordi sotterranei, com’è possibile che, rimosso il presunto regista, lo spettacolo prosegua indisturbato con lo stesso copione? La domanda, a questo punto meno ironica di quanto sembri, si impone: se il meccanismo garantiva equilibrio, accordi e soprattutto assenza di contenzioso sulle nomine, votate all’unanimità nella quasi totalità dei casi, siamo proprio sicuri che il problema fosse chi lo gestiva o non piuttosto il fatto che funzionava troppo bene?

  

In questo quadro si inserisce allora il referendum che doveva archiviare quella pagina con il sorteggio. Un’occasione di svolta per togliere potere alle correnti. Il risultato è stato invece un inequivocabile No alla modifica del sistema di elezione del Csm. Un No sostenuto con convinzione proprio da ampi settori della magistratura associata che si sono mobilitati senza esitazioni per difendere l’esistente. Un dettaglio non da poco: i principali beneficiari del meccanismo sono stati anche i suoi più determinati difensori. Il messaggio è limpido, quasi brutale nella sua semplicità: questo sistema piace. Piace a chi lo vive, piace a chi lo utilizza, piace a chi ne trae vantaggio. E soprattutto non si tocca. Nel frattempo, il nuovo corso rivendica risultati. Il vicepresidente del Csm, Fabio Pinelli, ha sottolineato con orgoglio che tra l’80 e l’85 percento delle nomine dei dirigenti degli uffici giudiziari avviene all’unanimità. Un cambio di passo, dice. Una percentuale che, in qualsiasi altro contesto, farebbe scattare più di qualche interrogativo. Qui invece diventa motivo di vanto. Un trionfo. Quasi una medaglia. Perché nulla rassicura quanto l’assenza totale di conflitto. Nulla tranquillizza più di un consenso così ampio da sembrare automatico. Certo, qualcuno potrebbe insinuare che un simile livello di armonia somigli più a un accordo preconfezionato che a un confronto reale. Del resto, chi quel sistema lo conosce dall’interno non sembra affatto sorpreso. Il togato Andrea Mirenda ha parlato apertamente di unanimità come “prova plastica” di intese correntizie costruite altrove. Tradotto: si decide prima, si vota dopo. E possibilmente tutti insieme, così non si disturba l’armonia. Le eccezioni non fanno statistica: fanno colore. Folklore istituzionale utile a mantenere l’illusione del pluralismo.

E si torna al punto di partenza, con una differenza sostanziale: oggi ciò che ieri veniva definito patologico viene presentato come fisiologico. Anzi, come virtuoso. La fotografia finale è disarmante nella sua semplicità: le correnti esistono, contano, decidono. E lo fanno con una compattezza che rasenta la perfezione. Viene allora da chiedersi: se oggi un sistema che produce l’80-85 percento di decisioni unanimi viene celebrato come segno di efficienza, mentre ieri lo stesso meccanismo veniva additato come degenerato quando a guidarlo era Palamara e l’unanimità sfiorava il 100 percento, c'è qualcosa che non torna.