caiazza (comitato sì riforma)

Referendum, Caiazza: "L’Anm si è fatta partito. È un problema soprattutto per il futuro"

 «Quello che è accaduto in questo scontro è che la magistratura italiana si è fatta partito politico, su questo non ci sono dubbi». L’avvocato Gian Domenico Caiazza, presidente del Comitato Sì Separa, rifiuta di fare un’analisi politica «che toccherà ai partiti», ma pone un tema centrale «soprattutto per gli anni a venire».

Avvocato come si legge questo risultato?
«I fattori sono molti. Lo scontro si è trasferito su un piano diverso dal merito della riforma. È evidente che l’operazione sia riuscita».

Quale operazione?
«Quella che ha colto il pretesto del referendum per aggregare una serie di no, del più vario genere».

Mi spieghi meglio.
«Abbiamo inutilmente cercato di segnalare in ogni modo che tutta la campagna elettorale ha avuto d’oggetto cose diverse da quello che la riforma prevedeva. Innanzitutto per quanto riguarda il contenuto della riforma e su questo la magistratura si è assunta una responsabilità esplicita avvalorando agli occhi dei cittadini l’idea che si fosse chiamati a votare sulla sottoposizione del pm all’esecutivo. Una cosa che non solo non c’è nella riforma, ma che questa riforma impedisce. E questo è il primo dato, poi certamente la risposta politica non è stata all’altezza».

Intende che in campo per il Sì c’era solo Meloni?
«E Forza Italia. La premier forse è intervenuta un po’ tardi. Si è mobilitata, devo dire con un profilo anche complessivamente adeguato al ruolo istituzionale, ma se, solo per fare un esempio, in Sicilia il No ha raccolto il 60 e passa percento credo che qualche spiegazione andrà data».

Cosa l’ha sorpresa di questa campagna referendaria?
«Non sono sorpreso, ma spaventato dall’idea che l’Anm si faccia partito, ma è quello che è successo; e dovremo misurarci a lungo nei prossimi anni. Solo qualche giorno fa Parodi dichiarava che se avessero vinto, l’agenda sulla giustizia l’avrebbero fatta loro. Hanno condotto con il ruolo di leadership uno scontro politico schierandosi con una parte del Paese. Il fronte del No ha scelto di demandare la leadership politica alla magistratura. Una cosa unica, non so in quale altra parte del mondo sarebbe lontanamente immaginabile qualcosa di simile».

Lei ci aveva sperato?
«Credevo che la vittoria del Sì fosse possibile, ma sono abituato alle battaglie di minoranza, le faccio da quando seguivo da ragazzo Marco Pannella».

In molti parlano di un’occasione persa che difficilmente si ripresenterà. È d’accordo?
«Sì. Penso che sarà difficile tornare su questo tema, perché l’opposizione alle idee portanti della riforma è stata totale. Il voto è stato chiesto sulla difesa di questo assetto dell’ordinamento, dell’assetto e della funzione sociale della magistratura».

Una spiegazione può essere che questo rimane un Paese fondamentalmente conservatore?
«Sì è un Paese disabituato all’idea di riforme che aggiornino la Costituzione. L’idea di toccare la Carta costituzionale, a prescindere dalla valutazione se sia un miglioramento o meno, questa idea quasi superstiziosa dell’intangibilità della Costituzione. Un’idea che non era nemmeno dei padri costituenti che l’hanno pensata esattamente per poterla adeguare alle modificazioni sociali e politiche».

L’ha sorpresa che la fascia 18-34 anni abbia votato in massa per il No?
«È il frutto di una mobilitazione che ha usato parole d’ordine che non c’entravano nulla col tema del voto. Abbiamo visto manifestazioni sul No alla guerra che hanno mischiato Netanyahu, Trump e la riforma della giustizia. Un messaggio sviante che ha mobilitato l’attenzione dei giovani».