vignette sotto accusa

Referendum, il fronte del “No” perde le staffe e attacca la libertà di satira

Alessio Buzzelli

Nelle more della battaglia referendaria stiamo scoprendo molte cose sorprendenti, sebbene non sempre piacevoli. Negli ultimi giorni, tanto per fare un esempio, i sostenitori del "No" ci hanno tenuto a far sapere che non si può impostare una campagna di comunicazione nel modo che si vuole; no, esistono dei canoni precisi, inderogabili, che, sorpresa, coincidono coi loro e mai con quelli degli altri. Si può fare propaganda, certo, ma come dicono loro; si possono fare manifesti e cartelloni, ovvio, ma come dicono loro; si può persino fare satira per promuovere il voto, ma sempre come dicono loro.

 

  

 

Davanti a questo novello tribunale della comunicazione c'è finito, tra gli altri, Osho, le cui vignette a sostegno del "Sì" per l'Ucpi (Unione Camere Penali) sono state convocate alla sbarra in un assai critico articolo de Il Fatto Quotidiano. Il quale ha voluto in tal modo, citiamo, "documentare come la 'guerra' del Sì sulla separazione delle carriere possa giungere a livelli incommentabili". E dunque, dov'è che Osho è stato incommentabile? Il pezzo - rispolverando per l'occasione nientemeno che un Cesare Beccaria d'antan, così, tanto per chiarire che qui si parla di cose serie - tratta di due manifesti "uno peggio dell'altro" firmati da Osho: una propaganda, si legge, che, tenetevi forte, "lascia esterrefatti". In una vignetta, comparsa addirittura - orrore! - sul retro di un bus romano, c'è una scena stile proposta di nozze, con l'uomo in ginocchio e la donna in piedi che esclama "oddio, non so che dire" e lo spasimante che risponde "dì di Sì e basta". A molti potrebbe sembrare un intelligente ed innocente espediente per spingere a votare "Sì", ma non per i custodi della comunicazione, che inorridiscono e ritirano fuori il povero Beccaria il quale, dicono, "si sta rivoltando nella tomba", ché sulle cose serie non si scherza.

 

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E mica finisce qui, c'è pure l'altra vignetta, in cui un bimbo si lamenta perché punito quando sbaglia e il padre gli risponde "Questa casa non è il Csm, chiaro?". Apriti cielo. La scenetta, si sostiene, "punta solo su quel Sì", senza "alcun collegamento logico" con la riforma. Come se invece le pubblicità per il "No" o gli sketch dei vari attori e comici "contro" fossero altro che scenette in cui il vip di turno ripete duecento volte di seguito la parola "No" senza elaborare oltre. La pubblicità si macchia infine di una colpa inespiabile, "con quel Sì in rosso tanto per colpire chi guarda". Certo, perché invece negli altri manifesti il "No" è trasparente, tanto per non colpire chi guarda. Dimenticavamo il titolo del pezzo, in cui le vignette vengono definite "slogan grotteschi". Sia detto en passant: non ci saremmo aspettati dai guardiani della satira una distrazione simile; la satira nasce in Grecia col coro dei satiri, i quali sono, per l'appunto, figure grottesche. Chissà se Cesare Beccaria sarà d'accordo almeno su questo.