santificazione del boia

Pasdaran e bandiere rosse, la stravagante marcia del campo largo

Aldo Rosati

Freno a mano inserito, marcia in folle, motore avviato: pronti, attenti, si parte. È la macchina della Cgil che organizza la mobilitazione in tutta Italia. Un tragitto accidentato: «Attacco all’Iran. Una nuova escalation militare, condotta da Trump e Netanyahu. Dobbiamo scendere in piazza per dire ancora una volta no, basta guerra».
L’appuntamento è domani a Milano, alle 18.00 in via Turati. Traduzione: ci dispiace un po’ per le difficoltà del regime; i nemici sono sempre gli stessi, l’americano Donald Trump e l’israeliano Benjamin Netanyahu. Gli ayatollah? Meglio lasciarli perdere, sfumiamo. A Firenze il sindacato rosso, con i gemelli dell’Anpi bruciano i tempi: ieri erano già sulle barricate contro i «nuovi imperialisti». Senza giri di parole: «La pace, la pressione diplomatica e il sostegno ai movimenti dal basso sono le uniche strade credibili». Un’operazione semantica di rilievo: sparisce ogni riferimento alle migliaia di vittime della teocrazia. Nessuna empatia per gli esuli del regime che fanno festa in tutta Europa per la morte del torturatore Ali Khamenei. Dettagli della storia. Maurizio Landini e Gianfranco Pagliarulo si muovono come sempre con il sostanziale via libera del campo largo. Ieri è stato di nuovo il co leader di Avs Angelo Bonelli a rompere il ghiaccio: «Dobbiamo lavorare per la ricostruzione di una politica del diritto internazionale dell'Onu, totalmente demolita da chi oggi fa della guerra uno strumento per rafforzare i propri interessi economici». Dal Nazareno è il responsabile Esteri Peppe Provenzano a benedire: «La strada non è quella degli attacchi unilaterali, in violazione del diritto internazionale». Poi è il momento della segretaria Elly Schlein: «Siamo tutti convinti che il regime teocratico dell’Iran non possa sviluppare un’arma nucleare, ma il modo per impedirlo non sono i bombardamenti e la guerra, è la via negoziale e diplomatica». Un modello stravagante: convinciamo i pasdaran a lasciare volontariamente. C’è anche spazio per l’avanspettacolo: entra in scena il capogruppo Pd alla Regione Lazio, Mario Ciarla, con una proposta esilarante: «Il governo di Giorgia Meloni si dimetta». Più che una richiesta, una coda del Carnevale. Si prepara a scendere in piazza Giuseppe Conte, che nel frattempo mette nel mirino il ministro della Difesa Guido Crosetto, bloccato a Dubai. «Il sangue scorre con le bombe, come quelle che hanno causato 108 vittime in una scuola femminile in Iran, lo stop allo Stretto da cui passa il petrolio che pagheremo caro tutti quanti», scrive sulla sua pagina Facebook l’ex presidente del Consiglio. Fuori dal coro si distingue solo una voce, quella dell’eurodeputata Pina Picierno. «Quando viene deposto un dittatore, è sempre un giorno di festa per il mondo libero», commenta senza incertezze la vicepresidente del Parlamento Europeo. La sua è una posizione diametralmente opposta: «L’Iran, dopo gli anni bui della Repubblica Islamica, dovrà tornare a essere la casa degli iraniani, non la prigione delle loro coscienze». Nell’ultima battaglia, però il campo largo perde dei pezzi: Matteo Renzi e Carlo Calenda aderiscono alla contro manifestazione organizzata dall’associazione Sette Ottobre domani (alle 18) nella Capitale in piazza Santi Apostoli. Con un ricco parterre di sigle: Fratelli d’Italia, Forza Italia, Lega, Partito Liberaldemocratico, Noi Moderati e Partito Radicale. Dice Stefano Parisi, presidente del network pro Israele: «L’Italia deve restare vicino agli iraniani affinché il sacrificio delle decine di migliaia uccisi dal regime non sia vano».