l’intervista
Giustizia, l’intervista al ministro Zangrillo: “Riforma di civiltà. Il fronte del No? Solo slogan perché senza argomenti”
«L’atteggiamento della sinistra sul referendum è a dir poco paradossale, per tanti motivi. Uno sopra tutti: parla di un governo che vuole colpire gli equilibri costituzionali, che vuole assoggettare i magistrati all’esecutivo, senza mai, e dico mai, entrare nel merito della riforma. Insomma, per usare un termine tecnico, la "butta in caciara"». Paolo Zangrillo, ministro della Pubblica Amministrazione di Forza Italia, da solido garantista quale è sempre stato, ha le idee chiare. «Sono uno strenuo sostenitore del Sì - ci dice -. Questa riforma fa l’esatto contrario di ciò che dicono quelli del No, ovvero rende davvero libera la magistratura. Libera dall’influenza politica delle correnti».
Ministro Zangrillo, rispondiamo subito a qualche argomento tipico di chi è contro la riforma. Uno di questi riguarda da vicino il suo lavoro: c’è chi dice che ci sarebbero cose più urgenti da fare per la giustizia italiana, come ad esempio nuove assunzioni nei tribunali.
«Un’argomentazione tipica di chi, come una parte della sinistra, non ha intenzione di entrare nel merito, ma solo di "buttarla in caciara", per usare un tecnicismo. Ma io rispondo anche a queste cose, se serve. Dunque: abbiamo ereditato una situazione del pubblico impiego drammatica, tra blocchi del turnover e mancati rinnovi contrattuali. I numeri che le posso dare è che dal 2022 questo governo ha bandito per la parte giustizia 28.128 posizioni; e complessivamente tra il 2023 e il 2025 la PA italiana ha assunto 614.000 persone. Quindi se c’è qualcuno che deve interrogarsi sul perché ci sono dei ministeri sotto organico, è la sinistra, che dovrebbe guardarsi allo specchio e darsi una risposta».
Noi invece nel merito proviamo ad entrarci. Perché un cittadino dovrebbe votare «sì» al referendum?
«Intanto premetto che io, evidentemente, sono un strenuo sostenitore del sì. E ciò per diverse ragioni, prima tra tutte perché questa riforma rende la magistratura realmente indipendente. Dal potere delle correnti, anzitutto. Una riforma cioè che va esattamente nella direzione del dettato costituzionale nel voler creare le condizioni affinché la magistratura sia vissuta dai cittadini come un potere autonomo. Con ogni evidenza ci sono cose che vanno corrette».
Ce ne dica qualcuna.
«La prima è quello squilibrio che si è venuto a determinare con il passaggio dal processo inquisitorio-siamo all'epoca fascista- al processo di tipo accusatorio che è quello introdotto dalla riforma Vassalli. Nella quale però non ci si è preoccupati di rompere quel disallineamento che oggi ancora esiste tra accusa e difesa rispetto al giudice. Se non si corregge questo non si può dire che Pubblico Ministero e difesa siano equidistanti dal giudice e questa è la ragione per la quale si sta battendo per fare questa riforma. Un paradosso tra i tanti è che la riforma Vassalli era stata avviata proprio dalla sinistra».
Sinistra che ora però cerca di trasformare il referendum in un «si o no» sul governo.
«Proprio così. C’è un tentativo da parte dei sostenitori del No di assegnare a questa consultazione un significato che va molto oltre il merito del quesito referendario. Un tentativo però piuttosto maldestro, anche perché su questo siamo stati chiari sin dall’inizio, in primis il Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ben chiarendo che non c’è alcun motivo per ritenere che, nel caso in cui vincesse il "no", il centrodestra debba fare un passo dietro. Ripeto, è un maldestro tentativo di boicottare una legge che liberebbe tanti bravi magistrati dal sistema delle correnti. Sistema del quale, mi permetta, non capisco il senso».
Cos’è che le sfugge?
«Faccio un esempio. Esiste una corrente che si chiama Magistratura Democratica; ebbene: cosa significa esattamente? Esiste per caso un’altra magistratura non-democratica? Di nuovo: questa riforma è una riforma di civiltà».
Passiamo ora al suo lavoro quotidiano, ovvero alla PA. Per anni c’è stata una narrazione negativa sui dipendenti pubblici: sono troppi e scansafatiche, si è detto. E invece in Italia abbiamo il più basso numero di impiegati nella PA rispetto ad altre nazioni Ue. Vogliamo smentire questa vulgata?
«Sì, tra i big d’Europa abbiamo la percentuale più bassa di impiegati in rapporto alla popolazione. E infatti sui rinnovi contrattuali dell’impiego pubblico abbiamo ereditato una situazione piuttosto critica. Quindi l’impegno che ci siamo presi noi come governo è quello di cambiare ritmo».
Come ad esempio sui nuovi contratti degli enti locali.
«Sono molto contento della firma di questo contratto. È un contratto che riguarda oltre 400.000 dipendenti degli enti locali e 13.000 dirigenti degli enti locali, con degli incrementi intorno al 6%, che significa che si traducono in 140 euro al mese per i dipendenti e in 440 euro per i dirigenti. Perché credo che la vera PA sia quella del territorio. In generale, il nostro obiettivo è rendere attrativo l’impiego pubblico, premiando il merito e sistemando le criticità organi che».
Leggi anche: Archiviare il riformismo: la Komintern di Bettini