pugno duro

Pd, altro che partito democratico: al Nazareno c'è aria di caserma

Aldo Rosati

Sempre questione di «pidocchi» che infestano «la criniera di un nobile cavallo da corsa». A distanza di quasi 80 anni dalla storica invettiva di Palmiro Togliatti, il Nazareno riscopre il «pugno di ferro». Nel partito guidato da Elly Schlein tira aria di caserma più che di assemblea studentesca: chi non marcia allineato rischia la corte marziale social. L’ultima a finire nel mirino è Pina Picierno, già rea di europeismo ostinato e di sostegno all’Ucraina senza asterischi. La goccia che ha fatto traboccare il vaso? Essersi fatta intervistare a Radio Atreju dal capo delegazione di Fratelli d’Italia a Bruxelles, Carlo Fidanza. Un gesto che, a sentire i più zelanti, equivale quasi alla resa incondizionata nelle mani della «macchina di propaganda» di Giorgia Meloni. Dai bastioni dell’indignazione è arrivata puntuale la frustata di Luca Bottura, uno che ha trasformato la satira indisciplina olimpica di tiro al dissidente. Nel mirino non solo la vicepresidente del Parlamento europeo, ma chiunque osi frequentare i talk di Rete 4: il loro è peccato mortale. Anche il giornalista di Repubblica Paolo Berizzi aveva dato il suo contributo per restaurare il clima in bianco e nero. Un uno-due micidiale: «Con i fascisti abbiamo finito di parlare il 25 aprile 1945 (Pajetta)».

 

  

 

Un altro nome particolarmente attenzionato dalla «gogna» dei compagni è quello di Anna Maria Concia. Ex parlamentare del Pd, attivista LgbtQ da sempre, la Concia, esattamente come la Picierno, ha il «difetto» di parlare persino con gli «avversari». A rendere il clima ancora più incandescente del solito, il referendum sulla giustizia del 22-23 marzo e la mobilitazione di una vasta area di sinistra che voterà Sì. Già perché, a questo punto della storia, si inserisce il grottesco: sono fuori linea i dissidenti o, piuttosto, la casa madre? Se si analizzano i resoconti parlamentari, la sinistra variamente intesa, fin dagli anni in cui erano in campo i progenitori del Pd (Pds e Ds), aveva una posizione favorevole alla separazione delle carriere. Ne fa fede l’adesione al Sì di tanti esponenti qualificati: Cesare Salvi, Enrico Morando, Claudio Petruccioli, Umberto Ranieri, Chicco Testa, Marco Minniti, Claudia Mancina, Nicola La Torre, Stefano Ceccanti. La conferma arrivò nel 2019, quando al congresso del Pd venne depositata la mozione di Maurizio Martina, candidato alla segreteria. La lista dei favorevoli alla tesi proposta dal guardasigilli Carlo Nordio era di primissimo piano: tra gli altri, Debora Serracchiani e Matteo Orfini. Eloquente il ripensamento di Goffredo Bettini: «Ho cambiato idea, ora c’è Giorgia Meloni, è un voto politico», ammise candidamente il padre nobile dem. E allora alle armi, liberiamoci dai «pidocchi». Che passione per la «purga».