Lo scontro con le toghe

Migranti, il capo del Tribunale attacca Meloni. E i giudici di Catania liberano un’altra Ong

Edoardo Sirignano

Se la maggioranza s’indigna per la tassa Rackete, considerando che lo Stato dovrà risarcire oltre 76 mila euro per l’imbarcazione passata alle cronache per aver speronato la Guardia di Finanza, non la pensa allo stesso modo, Piergiorgio Morosini, presidente del Tribunale di Palermo e tra i più rinomati sostenitori del “No”. Quest’ultimo difende i colleghi del suo palazzo di giustizia e se la prende con la premier, spiegando come la dura reazione del centrodestra sia dovuta al «clima di tensione che sta maturando con la campagna referendaria». L’esercizio del diritto di critica, a suo dire, «si esprime evidenziando la contraddittorietà di passaggi della motivazione dei provvedimenti o segnalando la violazione di norme specifiche richiamate dal giudice» e non etichettando quest’ultimo come «non imparziale, solo sulla base di un dispositivo non gradito o magari neppure conosciuto». Lo stesso, poi, si chiede, come «delle dichiarazioni aggressive possano aiutare i cittadini a comprendere il merito della riforma su cui si dovranno pronunciare». Peccato, però, che al togato nessuno abbia chiesto “aiuto” sui quesiti a cui saranno sottoposti gli italiani il 22 e il 23 marzo. 

Tale invettiva, tra l’altro, arriva in concomitanza di un’altra decisione discutibile. Revocato il provvedimento di fermo di 15 giorni della Sea-Watch 5, compresa la relativa multa. A stabilirlo i magistrati di Catania. La misura cautelare era stata emessa dopo un’operazione di salvataggio di 18 persone, avvenuta lo scorso 25 gennaio. L’ong, secondo le nostre autorità, non aveva comunicato le posizioni di soccorso alla Libia, pur essendo intervenuta nelle sue acque. In attesa del giudizio di merito, che si terrà il prossimo 2 marzo, arrivava, quindi, la “misura preventiva”, ora venuta meno per un «pregiudizio nel possibile aggravamento della risposta sanzionatoria a fronte di eventuali reiterazioni della violazione», come spiega la dottoressa Mariaconcetta Gennaro nel decreto di fissazione dell’udienza. Una decisione che porta l’organizzazione no profit a esultare platealmente: «Presto – dichiara in un post - torneremo nel Mediterraneo e saremo pronti a supportare le persone in transito». 

  

Post che, come le parole di Morosini, non passa inosservato alla politica. Tra i primi a intervenire la Lega che parla di «continue provocazioni» da parte di toghe favorevoli a «imbarcazioni straniere che trasportano clandestini». Per Matteo Salvini si tratta di un chiaro «pregiudizio politico». Per la sua vice Silvia Sardone, invece, siamo di fronte a un «delirio ideologico pro-immigrati», mentre Simonetta Matone replica a chi se la prende col suo leader, allora a capo del Viminale: «Caso Sea Watch? Chiamare Lamorgese». Fratelli d’Italia, attraverso il capogruppo al Senato, Lucio Malan, poi, parla di «uso politico delle sentenze». Dello stesso parere Maurizio Gasparri, capogruppo di Forza Italia: «Episodi che offendono la legalità». Un caso che non lascia indifferente neanche il presidente del Senato, Ignazio La Russa. Il primo inquilino di Palazzo Madama, spiega come, sulla Sea Watch 3, occorra stigmatizzare su «un provvedimento che rende sempre più difficile riuscire a far rispettare le leggi». Nonostante ciò, per le opposizioni è tutta colpa di Palazzo Chigi. Durissimo Giuseppe Conte che esorta la maggioranza a rispettare le sentenze. Secondo Peppe De Cristofaro di Avs si tratta di un «attacco frontale alla Repubblica e alla Costituzione», per Riccardo di +Europa siamo di fronte all’ennesima «strumentalizzazione», mentre per la solita dem Laura Boldrini il compito dei magistrati non è «fare contenta la premier». A replicare alle accuse della sinistra, però, è la stessa Giorgia Meloni, in un’intervista rilasciata a SkyTg24: «Vedo un tentativo - sottolinea - di trascinare la campagna referendaria in una sorta di lotta nel fango». Sottolinea come il prossimo voto non sia sul governo. Un riferimento, infine, all’appello di Mattarella ad abbassare i toni: «Parole giuste e doverose».