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Pd, aiuto di Landini a Schlein. La macchina Cgil per far vincere il No e battere Conte

Aldo Rosati

È una musica di sottofondo nell’ultimo tratto del viaggio politico di Elly Schlein. Non è una ballata urbana di Daniele Silvestri, né un’incursione rap di J-Ax, piuttosto un valzer quasi infantile: «È dolce sognar…», che accompagna Lilli e il vagabondo. È la colonna sonora preparata dal Nazareno, una sorta di Giro d’Italia che porta al traguardo delle primarie, tra fine 2026 e inizio 2027. Una sorta di corsa a ostacoli che, come premio finale, prevede la maglia di capitano del campo largo alle prossime elezioni politiche. Nel piano confezionato dal tortellino magico di Elly, il primo punto è il più eloquente: la segretaria si deve giocare il tutto per tutto nel referendum del 22-23 marzo sulla separazione delle carriere. Una scelta obbligata, perché se vincessero i No il merito sarebbe sostanzialmente suo; ma anche se prevalessero i Sì, il suo “popolo” la riconoscerà come indomita oppositrice di Giorgia Meloni. L’altro punto sono le primarie, la consultazione che la coalizione di sinistra dovrà fare per scegliere il suo leader. Nei conciliaboli in Transatlantico sono sempre di più i parlamentari che pensano che, alla fine, si dovrà ricorrere ai gazebo. Anche tra i fedelissimi della segretaria, segno che la paura per il probabile confronto muscolare con Giuseppe Conte sta progressivamente scemando.

 

  

 

C’è un fatto nuovo che rasserena gli emissari del Pd: l’accordo stretto con Maurizio Landini, pronto a mobilitare la macchina della Cgil a favore della sprinter bolognese. Lo schema che gli sherpa ipotizzano è lo stesso che si verificò nel 2012 tra Pier Luigi Bersani e Matteo Renzi, con l’allora segretario al 60,9% e lo sfidante fiorentino al 39%. Allora furono primarie con doppio turno, con gli altri candidati (come Nichi Vendola) bloccati al primo giro. Un meccanismo che potrebbe ripetersi per dare un palco anche ad Avs e alla Casa dei Riformisti. Difficile che Silvia Salis possa essere della partita: una sua eventuale discesa in campo con la lista centrista preoccuperebbe i piani alti. Il Pd ha gli strumenti per convincere la sindaca di Genova ed evitarle ripercussioni locali. La Margherita bonsai avrebbe due carte a disposizione per segnare la propria corsa: Franco Gabrielli o Ernesto Maria Ruffini, ipotesi che non inquieterebbero la segretaria dem. Ed è a questo punto che il sogno del Nazareno rischia di infrangersi.

 

 

In via di Campo Marzio, Giuseppe Conte, edotto della congiura dei quasi amici, è su tutte le furie. Così ieri, proprio durante il voto della Camera che ha visto la risoluzione unitaria del campo largo, non le ha mandate a dire: “Per noi parlare di candidati senza programma è inaccettabile”, ha sibilato davanti alle telecamere di Sky. Il messaggio dell’avvocato di Volturara Appula è sufficientemente chiaro: fanno i conti senza l’oste. Il fuso orario del M5S è sintonizzato a distanza siderale: imponiamo il nostro programma agli alleati per stabilire indubitabilmente la supremazia del nostro leader. L’ex presidente del Consiglio non a caso ha eletto Enrico Berlinguer come nume tutelare: “Ha denunciato la degenerazione partitica, oggi ancora buona parte dei partiti occupa tutti i gangli della vita pubblica, della pubblica amministrazione”. Un’accusa che assomiglia a un identikit dei partner di coalizione. C’è però un dettaglio che gli strateghi del Nazareno hanno sottovalutato: un’eventuale vittoria del Sì al referendum potrebbe portarsi dietro una musica sgraditissima. “Con questi leader non vinceremo mai”, buonanotte ai sognatori. Un incubo: l’anno zero del campo largo.