l’analisi di bisignani
Meloni superstar della scena mondiale. non l'hanno vista arrivare: così ha conquistato il palco dell’Europa
Non l’hanno vista arrivare. Neanche all’estero. Underdog e popstar internazionale, hobbit e diva. Giorgia Meloni entra nelle sale del potere globale con la naturalezza di chi, fino a ieri, veniva considerata un’incognita potenzialmente destabilizzante. Cresciuta politicamente alla Garbatella, ha capitalizzato le sue doti carismatiche e il cosiddetto "collateralismo bianco" (remake Prima Repubblica, versione Giorgia) ha fatto il resto, dentro e fuori i confini nazionali. Eppure la sua cifra più autentica resta quella dell’underdog. Come Frodo, il personaggio tanto amato de Il Signore degli Anelli. Giorgia non è nata dentro le grandi dinastie del potere, non ne ha ereditato il linguaggio né le liturgie. Le ha attraversate. In tre anni ha conquistato il palco dell’Europa che sembrava il più ostile, continuando a essere percepita, da molti, come una presenza provvisoria. Ma è proprio questa apparente transitorietà ad averne alimentato la forza. Il primo a trattarla come una parentesi fu Emmanuel Macron. Per l’Eliseo era una variabile italiana destinata a essere assorbita, normalizzata, archiviata come un qualsiasi Conte Gentiloni o un Conte “Giuseppi”. Nei primi vertici europei veniva accolta con cortesia calibrata, più osservata che ascoltata. Una presenza da contenere, non un fattore capace di spostare equilibri. La scena si è ormai rovesciata. Nelle Fiandre, giovedì scorso, al castello di Alden-Biesen, è stata Meloni a costruire l’asse con Friedrich Merz, ad aprire le danze e a dettare il ritmo. Macron, abituato a ballare da solo, si è trovato per una volta in controtempo, costretto ad adattarsi a una dinamica non più centrata su di lui. Il passaggio è avvenuto senza enfasi, ma con quella chiarezza che nel potere conta più delle parole: chi prende l’iniziativa, e chi la segue.
Su scala globale, lo stesso schema si era già visto a Tokyo. L’intesa con Sanae Takaichi, interprete del nuovo corso giapponese, ha consolidato un asse fondato su sicurezza economica, minerali rari, difesa e autonomia strategica dentro il perimetro atlantico. Tokyo e Roma, due perni geografici dello stesso equilibrio: il Giappone pilastro dell’Indo-Pacifico, l’Italia cerniera naturale tra Europa, Nord Africa e Medio Oriente. Non una convergenza simbolica, ma funzionale. Takaichi e Meloni parlano la lingua che piace a Washington: stabilità, interesse nazionale, chiarezza di campo. Ma le due leader appaiono simili solo in superficie. In realtà incarnano due opposti. La premier giapponese è il prodotto di uno Stato solido che non ha mai perso il controllo: non deve conquistare il potere, lo deve amministrare. Può permettersi il silenzio perché il sistema la sostiene. Meloni governa invece un Paese dove il potere è fragile e infedele: deve difenderlo, personalizzarlo, rilegittimarlo ogni giorno. La prima garantisce continuità, la seconda costruisce legittimità. Takaichi comanda perché il sistema esiste; Meloni esiste perché riesce a comandare, nonostante la debolezza strutturale del suo inner circle. Non è una differenza di carattere, ma di forza dello Stato che hanno alle spalle. E la freschezza di Meloni ha affascinato il Paese del Sol Levante.
Il segnale più eloquente è arrivato fuori protocollo: il sabato mattina, in Giappone, non si lavora. È un tempo protetto, quasi sacro. Eppure diciassette tra i vertici delle maggiori corporation del Paese si sono presentati all’ambasciata italiana. C’erano, tra gli altri, Toyota, Mitsubishi, Sony, Kawasaki, Hitachi, SoftBank. Non era mai accaduto per un presidente del Consiglio italiano. E non è stato un incontro di facciata. È stato un riconoscimento. Volevano vedere da vicino la leader europea che, in pochi mesi, è diventata un interlocutore diretto della Casa Bianca, capace di muoversi con la stessa disinvoltura tra amministrazioni opposte, senza perdere asse. Si è presentata senza appunti, preparatissima, veloce nelle risposte, assertiva. Non cercava di piacere. Esponeva. E questo, più di ogni argomento, li ha colpiti. Il segnale definitivo è arrivato poco dopo. In vista della sua missione a Washington, la stessa Takaichi ha chiesto a Meloni un confronto riservato su Donald Trump. Non un gesto di cortesia, ma un riconoscimento di valore politico. Tokyo che si rivolge a Roma per comprendere il nuovo centro di gravità americano. Il potere non si manifesta quando ti invitano, ma quando ti consultano.
E poi l’Africa. Dieci missioni in meno di tre anni, l’ultima in Etiopia, come ospite d’onore dell’Unione Africana. Prima leader europea accolta dopo François Hollande, nel 2013. Obiettivo: la costruzione del Piano Mattei, ad oggi con 14 Paesi africani aderenti. Fin dall’inizio presentato con l’idea di «aprire una pagina nuova nelle nostre relazioni» e di una «collaborazione da pari a pari», nell’interesse reciproco. E non importa neppure più capire se è scritto sulla sabbia. Con «inquietante protervia», così la sinistra descriveva Meloni, e magari aveva anche ragione. Ma davanti ai fatti bisogna riconoscerle che è arrivata al centro della scena globale che non le era stata assegnata per nascita, finendo per ridisegnarne i contorni. Non attraverso gesti eclatanti, ma occupando progressivamente lo spazio fino a renderlo consueto. È questa la sua anomalia: una popstar senza spettacolo, una underdog senza complessi. Ma è proprio qui che si apre la fase più insidiosa. Perché il potere pop, come ogni consacrazione, è una leva, ma anche una vulnerabilità. Più cresce il consenso personale, più si organizzano le resistenze sistemiche. Per la sinistra era un inciso tra le parole: «Ha vinto, ma non dura». Ora però la studiano e la analizzano per attrezzarsi a costruire alternative meno ideologiche e più tecniche. Eppure il vero rischio non viene dall’opposizione visibile, ma da quella che si prepara in silenzio, aspettando pazientemente il primo errore di ritmo. È in quel momento che si misura la differenza tra chi conquista il potere e chi lo conserva. La popstar può dominare la scena, ma deve sempre sapere quando cambiare registro, prima che il pubblico lo chieda. Perché, nel potere contemporaneo, la caduta non arriva mai per assenza di consenso, bensì per eccesso di fiducia nella propria permanenza. E chi, come Meloni, è arrivata da underdog fino al centro del sistema, lo sa: il segreto non è resistere. È muoversi per prima, ancora una volta. Prima che lo facciano gli altri. E il 2027 è ancora troppo lontano. Meglio far saltare il banco prima e andare all’incasso, spinta da questo straordinario successo internazionale che fa passare sotto traccia alcune fragilità tutte italiane. Perché nel potere, come alle Olimpiadi, il momento della massima forza coincide spesso con l’inizio del conto alla rovescia.