Alta tensione

Referendum, bufera sulla Cassazione: ecco chi sono le toghe rosse del fronte del "No"

Edoardo Sirignano

L’ufficio elettorale della Cassazione, che ha deciso di cambiare il quesito referendario proposto dai giuristi di sinistra per far spostare la data del referendum, abbonda di toghe rosse. Basta osservare chi ha firmato l’atto, teso a far slittare di una settimana la consultazione elettorale, per trovare più di qualche semplice collegamento con i progressisti. Partiamo dal vicepresidente dell’organo, il dottore Antonio Frasca, ovvero il giudice che, nel portale “Giustizia Insieme”, criticava apertamente il disegno di legge proposto dal governo. La sua era una vera e propria invettiva contro il “sorteggio” per i membri del Csm. «La composizione dell’organo di rilevanza costituzionale – spiegava in un articolo - resta affidata, in buona sostanza, al caso e tutta la sua futura attività affidata al capriccio di questa genetica imprevedibilità originaria». Quanto deciso dall’esecutivo, dunque, secondo la sua personale lettura, si baserebbe sul presupposto «umiliante e di dubbia costituzionalità che i magistrati non sappiano eleggere i propri rappresentanti e che tutti possono svolgere le funzioni di rappresentanza». Ciò, a suo dire, non sarebbe possibile perché non tutti sarebbero dotati dello stesso «grado di attitudine e inettitudine». Questo signore, però, non è l’unico esponente del collegio vicino al campo largo. Tra i famosi sottoscrittori spicca Donatella Ferranti, ex parlamentare del Pd, tornata al Palazzaccio nel 2018, dopo una breve parentesi come segretario generale del Csm.

Tutti ricordano l’onorevole di Tuscania per la decennale esperienza a Montecitorio e, in modo particolare, per la nota al veleno, da capogruppo in commissione Giustizia, in cui criticava la riscrittura del testo sul processo breve. «È caduta – sosteneva la maschera. Solo il titoletto per nascondere all’opinione pubblicale vere intenzioni della maggioranza: far scappare Berlusconi dai suoi processi». Il più “anti-Nordio” di tutti nell’ufficio elettorale della Cassazione, però, sarebbe il dottore Alfredo Guardiano. In una chat di magistrati aveva invitato a votare “no” in blocco, convinto di partecipare a una conversazione privata. Un gesto che portò Forza Italia a rivolgersi direttamente al Presidente della Repubblica. Ma non è finita qui. Il magistrato, il 18 febbraio, sarà a Napoli per un convegno contro le modifiche proposte dal Guardasigilli. A chiarire su tale partecipazione, però, è lo stesso togato che parla di «attacchi infondati» e minaccia di querela Enrico Costa, il deputato azzurro che ha sollevato il caso su X. «Parteciperò all’evento - chiarisce -ma solo come moderatore». Una cosa è certa, l’abbondanza di “toghe rosse” tra chi ha sottoscritto l’atto, che avalla la raccolta firme sponsorizzata dalle opposizioni, preoccupa, e non poco, il centrodestra. Galeazzo Bignami, capogruppo di FdI alla Camera, ad esempio, ricordando quanto scritto in precedenza, sferra più di qualche dardo contro chi ha deciso sul nuovo quesito: «A me hanno insegnato al primo anno di giurisprudenza che il giudice dovrebbe essere terzo e imparziale, invece qua abbiamo magistrati già schierati per il No, che incredibilmente danno ragione al Comitato per il No. Un altro buon motivo per votare Sì».

  

Dichiarazione per cui l’esponente di maggioranza, per un’intera giornata, finisce nel mirino della minoranza e del Nazareno, che, al posto di rispondere sulle chiare simpatie, di chi doveva essere al di sopra di ogni posizionamento, ricicla, con Francesco Boccia, il solito "fascismo". Interviene finanche il Primo Presidente della Corte di Cassazione, Pasquale D’Ascola. «Non sono tollerabili - tuona illazioni sul piano personale nei confronti dei giudici. Si risolvono in una delegittimazione della funzione giurisdizionale. Ciò è ancora più grave nei confronti del collegio dell’Ufficio centrale per il referendum, la cui composizione è predeterminata direttamente ed esclusivamente dalla legge». A tale affondo, però, non ci sta Maurizio Gasparri, capogruppo di Forza Italia in Senato: «Lezioni non ne prendiamo. Non pensi di intimidirci. Parole e toni fuori dall’ordinamento costituzionale».