Verso il referendum

"Fascista chi vota Sì": Elly segna l'autogol. Mezzo Pd in rivolta

Aldo Rosati

Come quegli autogol che arrivano dopo pochi minuti e fanno capire subito che la partita si mette male. Il colpo di testa è preciso, ma nella direzione sbagliata: palla alle spalle del portiere e pubblico incredulo sugli spalti. A firmarlo è Elly Schlein, il capitano maldestro che ha confuso la propria porta con quella avversaria. Poi ieri a risultato ottenuto, la Tafazzi del Pd ha alzato le spalle: «Abbiamo semplicemente ripreso un fatto oggettivo». L’uno-due nel frattempo aveva ottenuto l’effetto di annicchilire i compagni di squadra: una polemica che scuote il partito fin dalle fondamenta. Il terremoto arriva dalla campagna di comunicazione lanciata dal Nazareno: «Casapound annuncia il sostegno alla riforma del governo Meloni. Loro votano sì, noi difendiamo la Costituzione: il 22 e il 23 marzo Vota no». In contemporanea arrivavano le parole della segretaria ospite a diMartedì: «Mi sembra che quelli che votano sì non siano, diciamo, ben accompagnati». Una vera e propria offensiva mediatica, sui canali social viene diffuso un video, centinaia di persone che fanno il saluto romano e l’alert che scatta improvviso: «Loro votano Sì».
Traduzione tutta interna: i dissidenti che sostengono il Sì al referendum sulla separazione delle carriere dei giudici sono come i neofascisti. Un’autorete clamorosa per una compagine che sulla riforma della giustizia è divisa esattamente a metà, con una parte impegnata per il Sì, e un’altra che lo ha sostenuto fino a ieri. Come nel caso di Goffredo Bettini («Sono favorevole ma ora bisogna dare contro a Giorgia Meloni») o della smemorata Debora Serracchiani, la responsabile dem della Giustizia che nel 2019 sottoscrisse la separazione e ora è in prima linea per il No. Il risultato è l’incendio che si sviluppa dalle parti intorno alla Casa madre.

Da Bruxelles si muove la vicepresidente del Parlamento Europeo Pina Picierno con un affondo pesantissimo: «É una linea comunicativa gravemente insultante e svilente». Poi i puntini sulle i: «Io voterò sì, e lo farò in compagnia di molti elettori e militanti per i quali chiedo rispetto: basta, vi prego, con accuse infamanti». In scia la collega Elisabetta Gualmini che affonda: «É il punto più basso di qualsiasi polemica politica». Poi c’è la questione dello specchio, quello che chiama in causa Alessandro Sallusti, portavoce del Comitato «Sì Riforma». «Elly Schlein nel referendum del 2016 votò no, in modo convinto, facendo campagna contro Renzi.
E avrebbe dovuto ricordare che anche Casapound votò no e fece campagna per il no», spiega il giornalista in un post. E conclude: «Seguendo la sua logica, anche lei sarebbe fascista». Si infuria il presidente del Comitato Sì Separa della Fondazione Einaudi, Gian Domenico Caiazza: «Secondo il ragionamento del Pd sarebbero fascisti anche Giuliano Vassalli, Augusto Barbera e Marco Pannella. Vergogna». Il passo falso della segretaria alza la tensione anche con l’altra metà di campo. Dura la deputata di FdI Cristina Almici: «Il video contro il Sì sulla separazione delle carriere, che accomuna chi sostiene la riforma ai fascisti, è indegno, offensivo e inaccettabile». Non le manda a dire il presidente del partito Liberaldemocratico Andrea Marcucci: «É un insulto gratuito che sottolinea solo la profonda ignoranza di chi lo ha detto». Ancora più diretto Antonio Di Pietro: «Che vadano all’inferno». L’ex pm, impegnato in una manifestazione per il Sì, poi spiega: «Quando leggo "gli incensurati votano no" penso sia un’offesa all’intelligenza dei cittadini». A bordo campo, in Transatlantico, c’è chi spiega l’affondo del maldestro capitano con un fastidioso disturbo: ansia da prestazione. La numero uno del Nazareno è finita in un pasticcio da quando si é messa in testa di cavalcare il referendum di marzo. Insomma quando il gioco si fa duro, l’autogol è dietro l’angolo.