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Decreto Pnrr, i sindacati attaccano la misura che dà loro più potere. La realtà che li sbugiarda
Il decreto legge collegato al PNRR è diventato in poche ore terreno di uno scontro politico e sindacale senza precedenti. Al centro del dibattito ci sono gli standard retributivi dei contratti collettivi: mentre opposizioni e sindacati denunciano quella che definiscono una “favorizzazione delle imprese”, la realtà normativa è ben diversa. La misura tutela chi applica correttamente i contratti collettivi, garantendo stabilità e sicurezza ai rapporti di lavoro e prevenendo rischi economici retroattivi che potrebbero mettere a rischio posti di lavoro e la tenuta stessa delle aziende. Il nodo della questione è l’articolo 18 del provvedimento: stabilisce che se un’impresa ha seguito un contratto collettivo nazionale firmato dalle organizzazioni maggiormente rappresentative, il giudice potrà intervenire solo sulle retribuzioni future, ma non potrà imporre differenze di compenso retroattive. Restano esclusi i contratti “pirata” o incoerenti con il settore di riferimento. In sostanza, si tutela chi rispetta le regole, assicurando certezza sui costi del lavoro e sulle procedure di compliance. Il contesto normativo lo rende ancora più evidente.
Le sentenze della Cassazione del 2023 avevano aperto la possibilità di rideterminare salari anche per anni passati, generando un clima di grande incertezza per le imprese. Settori come quello della sicurezza privata, con oltre 100.000 addetti, potevano trovarsi esposti a potenziali arretrati per più di 5 miliardi di euro. Una cifra che, se dovesse concretizzarsi, rischierebbe di mettere in crisi aziende sane, minacciando occupazione e servizi essenziali. Molti imprenditori si chiedono come sia possibile essere penalizzati per aver applicato contratti legittimi, indicati persino dal Ministero del Lavoro come parametro di congruità negli appalti pubblici. La norma chiarisce con precisione che chi rispetta le regole non deve subire conseguenze retroattive, evitando contenziosi lunghi e dannosi per imprese e lavoratori. E qui emerge il vero paradosso. I sindacati, il cui ruolo naturale è quello di garantire l’applicazione dei contratti collettivi e difendere i lavoratori, si oppongono a una norma che rafforza proprio la loro funzione di garante. Invece di sostenere chi lavora nel rispetto delle regole e assicurare certezze retributive e normative, si concentrano sull’idea che la retroattività sia un diritto da preservare a ogni costo.
A queste posizioni si aggiunge il coro della sinistra radical chic, che denuncia “favori alle imprese” senza considerare la realtà dei numeri e dei rischi concreti. Senza stabilità nei costi del lavoro, infatti, molte aziende non sarebbero in grado di garantire posti di lavoro né di mantenere standard minimi di servizio. Il decreto riafferma il valore della contrattazione legittima, premiando chi applica correttamente gli accordi e al tempo stesso protegge i lavoratori da possibili crisi aziendali. In altre parole, la norma del PNRR non è un regalo alle imprese, ma uno strumento pensato per dare stabilità e prevedibilità al mercato del lavoro. Chi oggi protesta sembra ignorare che senza imprese sane non ci sarebbero nemmeno posti di lavoro da difendere. Il provvedimento stabilisce un principio chiaro: rispettare i contratti collettivi deve essere conveniente e sicuro, per tutti. Infine, la questione ha implicazioni molto più ampie. Non si tratta solo di stabilire regole per il passato o per specifici settori, ma di riaffermare la centralità della contrattazione collettiva come strumento di tutela dei lavoratori. Limitare la retroattività significa dare forza agli strumenti legittimi di rappresentanza e garantire la sopravvivenza di imprese che, rispettando le regole, contribuiscono all’economia e all’occupazione. Il paradosso resta evidente: una norma pensata per proteggere il lavoro finisce sotto attacco da chi dovrebbe esserne il principale difensore. In tempi di incertezza economica e crescente contenzioso, la lezione del decreto PNRR è semplice ma chiara: tutelare chi rispetta le regole significa tutelare anche i lavoratori e la stabilità del sistema produttivo.