Colpo di scena

Regione Lazio, il pasticcio del Cup: ora Zingaretti trema per i guai della moglie del suo ex capo gabinetto

Stefano Liburdi

Istanza avanzata dal pm contro l’utilizzo delle intercettazioni rigettata e la moglie dell’ex capo di gabinetto di Zingaretti che rischia l’accusa di falsa testimonianza. Sorprese e colpi di scena a Perugia durante il processo che vede imputato Salvatore Buzzi per diffamazione a mezzo stampa del procuratore aggiunto della Procura della Repubblica di Roma Giuseppe Cascini. Il dibattimento entra nel vivo con risvolti inaspettati e aumenta l’attesa per le testimonianze prima di Luca Palamara e poi di Nicola Zigaretti, che potrebbero riscrivere la storia della turbativa d’asta nella Gara Cup indetta dalla Regione Lazio, guidata dall’oggi deputato europeo del Pd. Per quella gara sette dei dieci imputati hanno ammesso le loro responsabilità ma nonostante questo sono stati tutti assolti. Le sentenze sono irrevocabili ma quello che sta uscendo dalle aule del Tribunale penale di Perugia insinua più di un dubbio di come si siano svolti i fatti durante e dopo quella gara. Corpo del reato di diffamazione è il libro-intervista «Mafia Capitale. La gara Cup del Pd di Zingaretti», scritto da Buzzi con Umberto Baccolo per «La bussola edizioni». Nel volume Buzzi avanza l’ipotesi di come Cascini fosse intervenuto nel procedimento penale dopo che era emerso il nome di Maurizio Venafro, capo di gabinetto di Zingaretti, per «bloccare l’azione del pm Ielo che voleva arrestare Venafro». La convinzione del fondatore della cooperativa 29 Giugno, si sarebbe formata una volta venuto a conoscenza delle intercettazioni telefoniche volute da Ielo sulle utenze riconducibili a Venafro.

È stato lo stesso Buzzi a ricordalo in una dichiarazione spontanea durante la prima udienza di questo processo: «Le notizie riportate nel libro, non le dico io, ma sono ciò che racconta la moglie di Venafro a un’amica giornalista al telefono, non sapendo che l’apparecchio che stava usando per parlare, cioè il telefono della figlia, era stato messo anch’esso sotto controllo dal pm Ielo». Al banco dei testimoni è stata chiamata proprio Tiziana Torrisi, la moglie di Venafro che dopo una prima convocazione andata a vuoto, mercoledì scorso si è presentata a Perugia. Prima della sua deposizione il giudice Giuseppe Narducci ha comunicato alle parti la sua decisione riguardo l’istanza presentata dal pm Bettini che chiedeva la non utilizzabilità delle intercettazioni svolte nell’ambito del procedimento penale denominato «Mafia Capitale». Nelle sei pagine con cui è stata respinta l’istanza, il giudice Narducci ha sottolineato la «assoluta singolarità della situazione» che «a differenza della ordinarietà dei casi, nella vicenda in esame non è il difensore dell’imputato ad eccepire il divieto posto dall’art. 270 c.p.p. ma, al contrario, è il pubblico ministero». «Buzzi afferma che, - ha scritto Narducci - per poter esercitare pienamente il proprio diritto a difendersi, egli ha necessità di potersi avvalere di detto mezzo prova poiché il contenuto di alcune captazioni appare idoneo, in tutto o in parte, a dimostrare la verità/veridicità di alcune affermazioni contenute nel libro». Per questi motivi e per non limitare il diritto di difesa dell’imputato, Narducci ha ammesso «la utilizzabilità delle conversazioni telefoniche».

  

Incassata la vittoria sulla questione intercettazioni, gli avvocati Pier Gerardo Santoro e Giuseppe Azzaro, difensori di Buzzi, hanno incalzato la Torrisi mettendola di fronte a ciò da lei detto nelle conversazioni «incriminate». La moglie di Venafro, sulla scia del marito nell’udienza precedente, ha risposto con molti «non so» e «non ricordo», come sulla visita che avrebbe fatto Zingaretti a Palamara al Csm, che lei ha raccontato all’amica utilizzando il telefono della figlia, oppure sull’agitazione del marito una volta avvertito del suo probabile arresto. Alla domanda se sapeva di essere intercettata, la Torrisi ha risposto: «Ero preoccupata», spiegando che per il suo lavoro di giornalista conosce la cronaca giudiziaria e le dinamiche di un’inchiesta. Ma a smentirla è un sms con il quale avvertiva un suo interlocutore: «Il mio telefono è intercettato». Narducci dopo qualche avvertimento, ha deciso di trasmettere gli atti in procura per valutare la falsa testimonianza della moglie dell’ex capo di gabinetto dell’allora governatore Nicola Zingaretti.