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Europee, da Ilaria Salis a Mimmo Lucano piccoli Soumahoro crescono

Rita Cavallaro

Dal deputato con gli stivali alla maestra in catene è un attimo. Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli portano un nuovo modello in Europa e strappano al Pd il simbolo della nuova propaganda di sinistra: Ilaria Salis. L’insegnante detenuta in attesa di processo nell’Ungheria di Orban ha ottenuto un seggio in Alleanza Verdi e Sinistra, dopo una giornata al cardiopalma in cui si rincorrevano smentite e conferme tra i due big del partito, di fronte all’indiscrezione del Foglio che sosteneva come la maestra fosse pronta a firmare dalla cella di Budapest. 

 

  

Poco prima delle 19, l'ufficialità. «Alleanza Verdi e Sinistra in accordo con Roberto Salis ha deciso di candidare sua figlia Ilaria, detenuta in Ungheria, in condizioni che violano gravemente i diritti delle persone, nelle proprie liste alle prossime elezioni europee», si legge nella nota di Avs. «In queste ore i gruppi dirigenti nazionali stanno discutendo le modalità di questa scelta, che vuole tutelare i diritti e la dignità di una cittadina europea, anche dall’inerzia delle autorità italiane per ottenere una rapida scarcerazione in favore degli arresti domiciliari negati con l’ultima decisione dai giudici ungheresi».

 

Sarà capolista nel nord ovest. Fratoianni e Bonelli, con questa mossa, sperano che «intorno alla candidatura di Ilaria Salis si possa generare una grande e generosa battaglia affinché l’Unione Europea difenda i principi dello Stato di Diritto e riaffermi l’inviolabilità dei diritti umani fondamentali su tutto il suo territorio e in ognuno degli stati membri». Insomma, una scelta anche ideologica, ma che punta principalmente a sottrarre, in caso fosse eletta, la maestra 39enne alla catene di Orban, visto che l’immunità parlamentare consentirebbe alla Salis di essere scarcerata e affrontare le udienze in tribunale da donna libera. Almeno questo è l’obiettivo dei due leader di sinistra, ma non è detto che sia così semplice. Anzi, la candidatura potrebbe complicare la situazione, alla luce di alcune dichiarazioni che appaiono come degli indizi di incertezza.

«La candidatura di Ilaria Salis alle Europee non cambia il lavoro del governo», ha assicurato la premier Giorgia Meloni riguardo all'impegno diplomatico per i diritti della maestra, ma «già in passato ho detto che la politicizzazione della vicenda non aiuta». Sulla stessa linea le parole dell’avvocato ungherese di Salis, Gyorgy Magyar, che seppur abbia confermato come la sua assistita dovrebbe godere dell’immunità parlamentare in caso di elezione, ha anche parlato di un quadro incerto, legato al fatto che le contestazioni dei giudici sono precedenti alle votazioni, dunque la mossa politica potrebbe scatenare una reazione forte della Corte. Uno scenario che probabilmente i vertici di Alleanza Verdi e Sinistra avranno ampiamente discusso, nella giornata di tira e molla sulla candidatura quando, a mettere in discussione gli annunci dell’accordo con Roberto Salis per la corsa della figlia, era arrivata la smentita di Bonelli all’Aria che tira, su La7. Tanto che nello studio era risuonata la battuta ironica del deputato di Forza Italia, Alessandro Cattaneo: «Dopo Soumahoro sono più prudenti».

 

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Senza contare che, se la Salis non otterrà i voti necessari per essere eletta, per il duo Bonelli-Fratoianni sarebbe un boomerang, come lo è stato appunto Aboubakar. Il difensore degli ultimi che dalla Lega Braccianti è stato catapultato in Parlamento dall’Alleanza, varcando la soglia di Montecitorio, nel suo primo giorno, con gli stivali di gomma. Per poi scoprire che, per la sua famiglia, quell’accoglienza era solo un business, che Abou ha tentato di chiamare «diritto all’eleganza», mentre finivano in manette la moglie Liliane Murekatete e la suocera Maria Therese Mukamitsindo, a processo per aver usato milioni di euro dell’accoglienza per vacanze e abiti griffati. La stessa accoglienza che adesso ha portato Bonelli e Fratoianni a candidare in Europa anche Mimmo Lucano, l’ex sindaco condannato a 13 anni per il modello Riace e assolto in appello, quando l'impianto accusatorio delle irregolarità nella gestione dei migranti è caduto.