l'intervista

Edward Luttwak: patriota e non nazionalista, Giorgia Meloni piace anche negli Usa

Pietro De Leo

«Conosco Giorgia Meloni da vari anni, ben prima che diventasse potenzialmente candidabile per la Presidenza del Consiglio, e sono stato testimone della sua evoluzione intellettuale». Edward Luttwak, consulente strategico, saggista, è uno dei volti che rappresentano un ponte tra gli Stati Uniti e l'Italia e fornisce un'ottica sempre attenta sul come, al di là dell'Atlantico, si guarda alle questioni di casa nostra. Il Tempo lo contatta per tracciare un quadro sul dibattito che, qui da noi, imperversa sulle accuse, mosse dalla sinistra alla leader di Fratelli d'Italia, di non essere pienamente atlantista. Luttwak traccia un quadro completo: «Innanzitutto- esordisce al telefono- lei non ha dovuto compiere l'evoluzione di Gianfranco Fini, che io ho conosciuto, il quale ha dovuto liberarsi da un passato neofascista. Giorgia Meloni, per ragioni generazionali, era già fuori da questi concetti sin dall'inizio del suo percorso politico. Detto questo, può essere definita una patriota e non una nazionalista».

Spieghiamo la differenza, professor Luttwak?
«Il nazionalista tende ad essere ostile verso lo straniero, e anche verso gli italiani che non hanno il suo stesso livello di ostilità verso lo straniero. Il patriota, invece, è colui che vuole mantenere e valorizzare l'identità e la cultura del proprio Paese. Ecco, lei è una patriota perché vuole proteggere l'identità e la cultura italiana. Senza dimenticare di aprirsi all'esterno. So bene, per esempio, quanto lei non approvi che i ragazzi escano dalle scuole italiane con un livello di conoscenza di inglese così basso come quello attuale. Perché è consapevole che in questo modo, purtroppo, nel mondo saranno sempre indietro. Poi c'è un discorso da fare nel campo europeo».

  

Anche qui, la sinistra italiana muove alcune polemiche.
«Giorgia Meloni può essere definita "sovranista selettiva"».

Che significa?
«Non è il sovranismo da bar, dei luoghi comuni e degli slogan. Ma un sovranismo che tende a dubitare di qualsiasi trasferimento di potere dall'Italia a Bruxelles, quando questo si traduce in un vantaggio per l'asse franto tedesco. Anche questo nell'ottica di difendere gli obiettivi italiani».

Dunque nessun dubbio per l'atlantismo?
«No. È atlantica non per adattamento, ma per le sue condizioni iniziali, aspira a un'Italia moderna in un mondo che parla inglese. Non deve essere persuasa dal diventare atlantica».

Allargando però l'ottica verso la coalizione di centrodestra, lei come vede il quadro?
«Berlusconi e Salvini hanno promesso che non avranno più rapporti con Putin e la Russia. Venir meno a questa promessa vorrebbe dire andare a casa. Perché lei innanzitutto non ci starebbe, in quanto non vuole compromettere il suo futuro».
Alcuni giornali italiani sostengono che negli Stati Uniti ci sarebbe preoccupazione per un'eventuale premiership di Giorgia Meloni.

Da quel che ha modo di percepire lei, è davvero così?
«No. L'esperto del Partito Repubblicano che l'ha conosciuta in Florida, un professore di origine cinese molto quotato, che si chiama Gordon Chang, ha studiato e ha osservato la sua leadership, in modo molto approfondito».

E quali conclusioni ha tratto?
«Ha riconosciuto come rappresenti una nuova generazione politica, che non ha nulla a che fare con il fascismo e vuole mantenere l'Italia al fianco degli Stati Uniti, respingendo qualsiasi avvicinamento alla Cina e alla Russia».